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Parte mercoledì 13 luglio la sezione jazz dei “Concerti d’estate a Villa Guariglia”

Critica Classica di Marco del Vaglio:

Mercoledì 13 luglio, alle ore 21, (Ingresso Euro 10) verrà inaugurata la sezione jazzistica de’ I “Concerti d’estate di Villa Guariglia organizzati da Tonia Willburger, con il contributo della Provincia di Salerno, del Centro Studi “Raffaele Guariglia”, del Comune di Vietri sul Mare, della Camera di Commercio di Salerno,della Fondazione Cassa di Risparmio Salernitana, dell’Ept di Salerno e con la collaborazione tecnica è della Regione Campania, della Coldiretti Salerno e dell’Enoteca Provinciale di Salerno.
E’ questo il secondo anno che il Conservatorio Statale di Musica di Salerno “G. Martucci”, sotto l’egida dell’AFAM, allestisce il cartellone dedicato alla tradizione musicale afro-americana, realizzando un vero e proprio minifestival.
Il Martucci Jazz Festival raddoppia, presentando al pubblico le diverse scuole di jazz europee, i cui maestri terranno nella stessa giornata delle performance, dei seminari, unitamente a stelle rilucenti del firmamento italiano e internazionale.
Data d’esordio fissata per l’intera giornata di mercoledì 13 luglio, a cominciare dal seminario che terrà il contrabbassista Manfred Bründl dalle 10 alle 12 nell’auditorium di Villa Guariglia.
Alle ore 21 sul palco della terrazza apriranno la serata gli eredi di quei perseguitati Swingjugend, rappresentati dalla Weimar Academy of music Jazz Ensemble, capitanati dal contrabbassista Manfred Bründl, che si presenterà in quartetto con Aleksander Paal al sax, Louis Stapleton al pianoforte e Johannes Ziemann alla batteria, per proporre il moderno e “bianco” mainstream di questo genere.
Cambio di scena durante la quale l’Enoteca Provinciale di Salerno presenterà i vini delle aziende Lunarossa e Agricola Reale, per vivere l’evento clou della serata intorno alle 22 con l’incontro, tra il clarinetto di Gabriele Mirabassi e la tradizione argentina dell’Aca Seca Trio, composto da Juan Quintero (Chitarra e voce), Andreas Beeuwsaert (Pianoforte e voce) e Mariano Cantero (Batteria, percussioni e voce), direttamente dal suo debutto ad Umbria Jazz.
Ne verrà fuori un mix particolare che riunisce l’anima della passione afroamericana con l’elegante suono classico del clarinetto di Mirabassi.
Musica che non ha frattura tra colto e popolare, esprimente una straordinaria profondità tra armonia e melodia, a cui si aggiunge quella sapienza di tipo ritmico che gli viene dal posto in cui è nata.
Il dopo-concerto sarà firmato da 8 ristoranti tra Vietri sul Mare, Salerno e Sieti ( Dal Pescatore, Enoteca Segetum, Il Principe e la Civetta, La Locanda del Cantastorie, L’Antica Pagliera, L’Argonauta e Taverna Santa Maria De Domno) in cui si rinnoverà quel felice connubio che solo musica e buona cucina riescono a realizzare.

Concerti d’estate è anche solidarietà: fino al 2 agosto (serata in cui saranno presenti anche alcuni bambini e la direttrice dell’orfanotrofio di Zhodino, Bielorussia) gli amici della rassegna di Villa Guariglia contribuiranno all’acquisto di un pianoforte per iniziare alla musica i piccoli.

Quest’anno la rassegna si avvarrà anche di un servizio navetta per e da Villa Guariglia, con partenza dal teatro Verdi di Salerno alle 20.00 e partenza da Villa Guariglia alla fine dell’evento.

Per info.:
ditta Rocciola: 347/ 4531429

L’Ufficio Stampa
Concita De Luca
Cell.: 328 0261294
Olga Chieffi
Cell-: 3478814172
sito web: www.eventsandmusic.it

Segreteria organizzativa:
CTA – Centro Turistico ACLI Vietri sul Mare
Piazza Matteotti
84019 Vietri sul Mare SA
telefono e fax: (+ 39) (0)89 211 285
mobile: (+ 39) 329 4158640
e-mail: ctavietri@libero.it oppure cta@comune.vietri-sul-mare.sa.it

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11 luglio, 2011 Posted by | Agenda Eventi, Jazz, Musica | , , , , , , , , , | Lascia un commento

Martedì 12 e mercoledì 13 luglio, a Siena la prima ripresa italiana in tempi moderni de “La fede ne’ tradimenti” di Attilio Ariosti

Critica Classica di Marco del Vaglio:

Da sempre attenta al teatro musicale barocco e alle riscoperte, l’Accademia Musicale Chigiana presenta una rarità per la 68ª edizione della Settimana Musicale Senese martedì 12 luglio (replica il 13) al Teatro dei Rozzi (ore 20.30), con la prima ripresa italiana in tempi moderni de La fede ne’ tradimenti dramma per musica in tre atti del 1701 di Attilio Ariosti su libretto di Girolamo Gigli, affidata a uno dei principali e più apprezzati complessi barocchi italiani, già ospite della Chigiana nelle edizioni passate: Europa Galante e il suo direttore Fabio Biondi.
Gradito ritorno anche per Denis Krief che firma regia, scene e costumi e che si avvale di un cast internazionale con le voci dei soprani Roberta Invernizzi (Anagilda) e Lucia Cirillo (Elvira), il mezzosoprano Marianne Beate Kielland (Fernando) e il basso Johannes Weisser (Garzia).
L’opera sarà registrata da Rai Radio Tre per successive trasmissioni.

La fede ne’ tradimenti venne eseguita per la prima volta a Berlino l’11 luglio 1701 in occasione del compleanno di Federico I di Prussia presso la corte di Sofia Carlotta elettrice di Brandeburgo.
Rappresenta la prima vera opera di Ariosti composta secondo lo stile musicale dell’epoca e si avvale della scrittura mordace e satirica del commediografo e letterato senese Girolamo Gigli, i cui scritti si caratterizzarono per una lingua assai diretta, una comicità vivace e spontanea nello stile della commedia dell’arte.
Nel pieno rispetto dello stile satirico e corrosivo del Gigli, La fede ne’ tradimenti appare una parodia del dramma cavalleresco di foggia spagnoleggiante, con le sue nobili figure e i suoi eroici ideali.
Gigli non eresse a nobile ideale la guerra tra il re Fernando di Castiglia e il re Sancio di Navarra, che comunque fa da imprescindibile sfondo storico, ma si concentrò su un’azione secondaria: l’opposta relazione amorosa tra Fernando (un potenziale eroe, che sulla scena il Gigli fa apparire in tutt’altro modo…) e la figlia di Sancio, Sancia, qui chiamata Anagilda.
È proprio la protagonista femminile la vera eroina dell’opera: iperattiva nelle parole e nei fatti, non ha la minima paura del sangue (a differenza degli uomini), ella stessa ne perde a litri senza batter ciglio, porta Fernando dalle catene alla libertà, amoreggia con Elvira come se fosse un uomo e da sola porta l’opera al lieto fine.

Sull’Ariosti ci introduce Fabio Biondi, violinista e direttore cui si deve la ripresa in tempi moderni di quest’opera: “Singolare destino quello di Attilio Ariosti, compositore stimato e oggetto di persecuzione a causa di una speciale tendenza a un comportamento del tutto inusuale per un musicista dell’epoca: la ricerca di una libertà comportamentale che ci fa pensare al nostro grande Mozart piuttosto che ad un prete bisognoso, come plausibilmente qualunque musicista, di un impiego stabile. L’amicizia, la protezione, la stima del grande Händel durante gli anni finali della sua vita non hanno permesso a tutt’oggi di intervenire per una “riabilitazione” completa nel panorama concertistico, eccezion fatta per la produzione particolare dedicata alla letteratura per viola d’amore. L’incontro con le sue partiture però lascia a bocca aperta… e rilancia quel tipico sgomento che tra noi interpreti si diffonde quando, di fronte a musica così profondamente ispirata, ci si domanda le ragioni dell’oblio. Ariosti nasce da una cultura musicale fatta di un linguaggio che tra Sei e Settecento prediligeva una scrittura articolata nei contenuti, ma povera di combinazioni strumentali e soprattutto legata ad una formula che definirei “ipnotica” soprattutto nella musica vocale”.

Musicista molto conosciuto all’epoca, Attilio Ariosti nacque a Bologna nel 1666 e morì probabilmente nel 1729 in Inghilterra, dove si era trasferito per coprire l’incarico di compositore alla Royal Academy of Music di Londra.
Una vita turbolenta ne caratterizzò l’esistenza: fu monaco appartenente all’ordine dei Servi, virtuoso di viola d’amore, diplomatico imperiale, compositore e uomo di mondo. Viaggiò molto in tutta Europa (Londra, Berlino, Vienna e Parigi), ma venne poi bandito dallo Stato pontificio per “cattiva condotta”.
Oltre che di cantate, oratori e serenate, il suo catalogo si compone soprattutto di opere teatrali, che ebbero notevole successo all’epoca.

Finissimo letterato, allegro fustigatore dei costumi della sua epoca, Girolamo Gigli, autore del libretto dell’opera, fu una personalità di spicco della seconda metà del Seicento.
Nato a Siena nel 1660, Gigli si dimostrò una figura controversa, sfuggente alle facili classificazioni, aliena ai compromessi ma al contempo capace di imprevisti cambi di rotta, con una non comune tendenza ad andare contro le regole costituite, a volte con modi di fare ed essere assolutamente plateali.
Nei suoi lavori teatrali (molti furono rielaborazioni di opere francesi), Gigli trasferì le vicende dall’ambiente metropolitano parigino a quello provinciale toscano, piegando il fine moralismo dei modelli verso il grottesco, allo scopo di rafforzare il legame teatro-realtà; accentuò inoltre le situazioni ridicole mediante il gusto per il gioco linguistico, l’uso della parola colorita o del detto scherzoso, fornendo, in definitiva, un rilevante contributo al rinnovamento del teatro italiano, che culminò nella riforma goldoniana.
Gigli crebbe alla scuola dei Gesuiti, di cui ne rinnegò presto i dettami con taglienti apostrofazioni, fino a ritrovarseli proprio in casa, essendo due suoi figli entrati nell’ordine.
Divenne antiaccademico sviscerato proprio nei tempi dell’insegnamento all’università: prima a Pavia, poi nella natìa Siena.
Puntuale nel lanciare strali contro gli uomini di chiesa, egli fu tuttavia attento e partecipe membro di confraternite religiose senesi.
La sua educazione fu caratterizzata da molteplici interessi (grammatica, eloquenza, giurisprudenza, etc.), svolse un’ampia attività letteraria, che comprese ricerche storiche e filologiche e che toccò anche l’oratorio sacro, il dramma per musica e la commedia; fu perfino autore di una quarantina di componimenti musicali.
Erudito riconosciuto, non fece mancare la propria vis polemica non disgiunta da naturale senso dell’umorismo neppure in ambito linguistico: sin dagli esordi mostrò una forte avversione alla politica dell’Accademia della Crusca – di cui faceva parte -, in un momento in cui la rivendicazione linguistica della tradizione senese si era ormai attenuata.
Egli ipotizzò nel 1707, senza però riuscire a realizzarla, una collezione di volumi comprendente le opere edite e inedite di tutti gli scrittori senesi, che si sarebbe dovuta intitolare Accademia Sanese.
Riprese più tardi l’idea limitandola però alle sole Opere di Caterina da Siena (Siena-Lucca 1707-21) e di Celso Cittadini (Roma 1721), nell’intento di legittimarle quali testi di lingua nel canone della Crusca.
Successivamente, e sempre mosso da aspro spirito polemico, avviò la pubblicazione del Vocabolario cateriniano, libello lessicografico inizialmente ideato quale illustrazione dei vocaboli senesi, che gli valse l’espulsione definitiva dall’Accademia che lo ha riabilitato, ma solo in tempi recenti, ristampando il suo Vocabolario.
Fra i suoi lavori, il Don Pilone, ovvero Il bacchettone falso (Lucca 1711), commedia tratta dal Tartuffe (1664) di Molière, costituisce il momento di maggiore equilibrio compositivo e di maggior successo della produzione teatrale del Gigli, che partecipò come protagonista alla sua prima rappresentazione, nel teatro Grande di Siena, probabilmente nel 1706 o 1707.
Nel 1708, in seguito allo scalpore suscitato dal Don Pilone, il Gigli fu costretto a lasciare Siena.
Si trasferì a Roma, dove fu precettore in casa Ruspoli e dove fu introdotto nell’ambiente culturale della città, entrando poi nell’Arcadia con il nome di Amaranto Sciaditico. Nonostante le esperienze negative, lo spirito polemico del Gigli non si placò e, quando compose, a nome di alcuni Arcadi, un’invettiva contro Crescimbeni, fu espulso da Roma e dalla Toscana, oltre che, ovviamente, dall’Arcadia.
Rifugiatosi a Viterbo, scrisse una pubblica ritrattazione inviandola al granduca e a monsignor Alessandro Falconieri, governatore di Roma, ottenendo infine il perdono.
Conoscendo il personaggio, non è da sorprendersi, dunque, dell’estremo atto compiuto dal non troppo anziano letterato, il quale, rientrato a Siena da Roma, e avendo trovato il patrimonio familiare in completo dissesto a causa dell’incuria della moglie, fece di nuovo fagotto e tornò nella Città Eterna, per morire, nel 1722, accolto nel materno seno dei tanto vituperati Gesuiti.

Info: tel. 0577-22091, tutto il programma su www.chigiana.it
Biglietti: 25 e 18 euro (ridotto 8 euro).

Ufficio stampa Settimana Musicale Senese 2011
Anna Dal ponte
cell. 346 0620710; 331 1835467
e-mail: dalann@tiscali.it
Sara Ciccarelli
cell. 339 7097061
e-mail: sara.ciccarelli@fastwebnet.it

Ufficio stampa Accademia Musicale Chigiana:
Agenzia Freelance
tel. 0577 219228 – 272123
Sonia Corsi
cell. 335 1979765
Agnese Fanfani
cell. 335 1979385
e-mail: relazioni@chigiana.it o info@agfreelance.it

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11 luglio, 2011 Posted by | Agenda Eventi, Musica, Musica classica, Opera | , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il Coro Universitario “Joseph Grima” celebra i 150 anni dell’Unità d’Italia con un repertorio ricco di rarità

Pochi mesi ancora e diremo la parola fine anche alle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.
Personalmente non abbiamo ancora compreso cosa ci sia da festeggiare dalle nostre parti, visto che, come è ormai ampiamente documentato, l’unificazione italiana è coincisa con il declino irreversibile del Sud, al punto da farci fortemente rimpiangere, ad un secolo e mezzo di distanza, il “feroce e illiberale” regime borbonico.
Fatta questa doverosa premessa, va detto che l’anniversario, in ambito musicale, si è rivelato molto utile per riportare alla luce un repertorio che, pur non caratterizzato da omogeneità di valori artistici, contiene un’elevata importanza storica.
In tale contesto si inserisce pienamente il concerto intitolato “Attorno all’unità d’Italia”, tenutosi nella Sala Maria Cristina del Complesso Monumentale di Santa Chiara, che ha avuto come protagonisti il Coro Universitario “Joseph Grima”, diretto da Luigi Grima, il pianista Stefano Innamorati e Corrado Valletta in qualità di voce recitante.
La serata ha visto alternarsi brani musicali con la lettura di episodi legati alle vicende politiche e belliche, che precedettero l’unificazione, con un occhio particolare alla storia dei diversi pezzi proposti.
L’apertura era rivolta al napoletano Nicola Antonio Zingarelli (1752-1837), con “All’armi franche”, appartenente ad una cantata rivoluzionaria del 1798, scritta poco prima della proclamazione della Repubblica Napoletana.
A seguire “Chi per la patria muor”, coro finale del primo atto di “Caritea regina di Spagna” (1826) di Saverio Mercadante (1795-1870), su lirica di Paolo Pola, la cui fama si deve al fatto che i fratelli Bandiera la intonarono, nel 1844, prima di essere fucilati.
Anche Gioachino Rossini (1792-1868) volle dare il suo contributo ai moti del 1848, scrivendo, su testo del poeta maceratese Francesco Ilari, un brano definito “Inno Nazionale”.
Al medesimo anno risale l’ “Inno degli Studenti” di Mattia Massa e Gaudenzio Caire, che venne cantato nella battaglia di Curtatone e Montanara dai circa 450 studenti e professori, armati solo di entusiasmo ma totalmente privi di esperienza, andati ad ingrossare le fila delle truppe capeggiate dal generale De Laugier, che per un’intera giornata riuscirono a tenere testa al più numeroso e organizzato esercito asburgico.
E’ stata quindi la volta della canzone “I tre colori” o “Il brigidino”, appellativo quest’ultimo che alludeva alla coccarda tricolore, di forma simile alla pasta preparata dalle suore di Santa Brigida a Firenze.
Tale canzone risulta importante in quanto scritta, sulle rime del poeta Francesco dall’Ongaro, da Luigi Gordigiani (1806-1860), oggi illustrissimo sconosciuto, ma che ai suoi tempi si guadagnò l’appellativo di “Schubert italiano” per la copiosa produzione di brani da salotto, ricoprendo, nella prima metà dell’Ottocento, una posizione che, nella restante metà del secolo, sarebbe stata occupata da Francesco Paolo Tosti.
Dalla “Norma” di Bellini (1831) proveniva il coro “Guerra, Guerra!”, che negli anni successivi all’esordio dell’opera, la cui vicenda si svolgeva nella Gallia conquistata dai Romani, si trasformò in un’incitazione a liberarsi dell’oppressore austro-ungarico, mentre Paolo Giorza (1832-1914), utilizzando varie rime della tradizione popolare lombardo-piemontese, musicò nel 1858 “Daghela avanti un passo”, più nota come “La bella Gigogin”, canzone che tendeva a sollecitare l’intervento di Vittorio Emanuele II contro l’Austria, divenuta un vero e proprio leitmotiv della Seconda Guerra d’Indipendenza.
Si è poi tornati a Mercadante, con l’Inno a Garibaldi (1860), facente parte di alcuni brani da lui appositamente composti, per essere eseguiti davanti al re e all’Eroe dei due mondi, giunti a Napoli all’indomani del plebiscito con il quale il Regno delle due Sicilie veniva annesso al nascente Stato italiano.
Un episodio che lascia abbastanza perplessi, visto che l’autore era stato nominato direttore del conservatorio di Napoli nel 1840 (in pieno “regime” borbonico) e mantenne l’incarico fino alla sua dipartita, avvenuta nel 1870.
A seguire un trio formato da “Camicia Rossa” (1860), “Pim!Pum!Pam!” (1866) e “Brigante se more” (1970), ognuna delle quali con una storia alle spalle.
Il primo, attribuito a Rocco Traversa e Luigi Pantaleoni, si riferiva alla divisa garibaldina che, secondo la tradizione, venne adottata dalla Legione Italiana nel Sudamerica per ragioni economiche.
Infatti, l’assedio di Montevideo del 1843, aveva bloccato i traffici con l’Argentina, ed una partita di camicie rimasta invenduta, destinata ai “saladeros” (gli operai dei grandi macelli e degli stabilimenti di carne), fu acquistata a prezzo stracciato da Garibaldi per il suo esercito.
Riguardo a “Pim!Pum!Pam!”, era nato contemporaneamente alla diffusione, fra le truppe francesi, del primo esempio di fucile a retrocarica, il celeberrimo Chassepot. Infine, “Brigante se more” si deve alla penna di Eugenio Bennato e Carlo d’Angiò, pur se vi è ancora un serrato dibattito sulla sua originalità e su un paio di strofe pro-Borboni che sarebbero state cambiate.
Comunque, la cosa maggiormente significativa della canzone è la volontà di dare voce e dignità alle vittime dei massacri, operati in tutto il meridione dalle truppe piemontesi, con la scusa della lotta al brigantaggio.
Chiusura, e non poteva essere altrimenti, con la versione integrale de “Il Canto degli Italiani”, meglio conosciuto come “Fratelli d’Italia” o “Inno di Mameli”, dal giovane patriota autore del testo, poi musicato da Michele Novaro.
Un pezzo ultimamente fonte di roventi polemiche e che, forse non tutti ne sono a conoscenza, pur risalendo al 1847, divenne inno nazionale italiano soltanto nel 1946, in quanto i “patriottici” Savoia, anche dopo l’unificazione dell’Italia, continuarono ad avvalersi dell’inno del Regno di Sardegna, la cosiddetta Marcia Reale.
Sempre in tema di inno nazionale, pochi invece sanno che l’adozione di “Fratelli d’Italia” come inno nazionale fu decisa dal Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana in via provvisoria e tale provvisorietà dura tuttora.
Dopo questa lunga dissertazione, che giustifica quanto abbiamo detto all’inizio circa il valore storico del concerto, un breve sguardo agli esecutori, per sottolineare innanzitutto l’apporto del maestro Stefano Innamorati, pianista preciso, ben affiatato con la compagine vocale, e dotato di una estrema versatilità, capace di fornire una costante professionalità, a prescindere dal repertorio interpretato, per cui lo abbiamo apprezzato nelle scorse settimane sia come intenso interprete lisztiano, sia in qualità di disimpegnato esecutore di canzoni incentrate sul cibo.
Molto buona anche la prova del Coro Universitario “Joseph Grima”, apparso compatto e ben equilibrato fra le parti, merito anche del suo direttore Luigi Grima, figlio di Joseph, figura di grande prestigio del panorama culturale napoletano nell’ultimo trentennio del Novecento e fondatore, nel 1992, del Coro Polifonico Universitario, attualmente diretto dal maestro Antonio Spagnolo.
Ricordiamo, infine, l’ottimo contributo di Corrado Valletta, che ha letto, con la sua bella ed intensa voce, resa a tratti poco distinguibile a causa di un impianto di amplificazione un po’ carente, i vari passi che si intervallavano alla parte musicale.
In conclusione un concerto ben strutturato e di sicuro interesse, che ha celebrato l’unità d’Italia in modo intelligente e senza cadere in un eccesso di patriottismo, sicuramente fuori luogo in posti dove molte ferite, nonostante siano trascorsi 150 anni, risultano ancora aperte e sanguinanti.

Marco del Vaglio

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