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Il Coro Universitario “Joseph Grima” celebra i 150 anni dell’Unità d’Italia con un repertorio ricco di rarità

Pochi mesi ancora e diremo la parola fine anche alle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia.
Personalmente non abbiamo ancora compreso cosa ci sia da festeggiare dalle nostre parti, visto che, come è ormai ampiamente documentato, l’unificazione italiana è coincisa con il declino irreversibile del Sud, al punto da farci fortemente rimpiangere, ad un secolo e mezzo di distanza, il “feroce e illiberale” regime borbonico.
Fatta questa doverosa premessa, va detto che l’anniversario, in ambito musicale, si è rivelato molto utile per riportare alla luce un repertorio che, pur non caratterizzato da omogeneità di valori artistici, contiene un’elevata importanza storica.
In tale contesto si inserisce pienamente il concerto intitolato “Attorno all’unità d’Italia”, tenutosi nella Sala Maria Cristina del Complesso Monumentale di Santa Chiara, che ha avuto come protagonisti il Coro Universitario “Joseph Grima”, diretto da Luigi Grima, il pianista Stefano Innamorati e Corrado Valletta in qualità di voce recitante.
La serata ha visto alternarsi brani musicali con la lettura di episodi legati alle vicende politiche e belliche, che precedettero l’unificazione, con un occhio particolare alla storia dei diversi pezzi proposti.
L’apertura era rivolta al napoletano Nicola Antonio Zingarelli (1752-1837), con “All’armi franche”, appartenente ad una cantata rivoluzionaria del 1798, scritta poco prima della proclamazione della Repubblica Napoletana.
A seguire “Chi per la patria muor”, coro finale del primo atto di “Caritea regina di Spagna” (1826) di Saverio Mercadante (1795-1870), su lirica di Paolo Pola, la cui fama si deve al fatto che i fratelli Bandiera la intonarono, nel 1844, prima di essere fucilati.
Anche Gioachino Rossini (1792-1868) volle dare il suo contributo ai moti del 1848, scrivendo, su testo del poeta maceratese Francesco Ilari, un brano definito “Inno Nazionale”.
Al medesimo anno risale l’ “Inno degli Studenti” di Mattia Massa e Gaudenzio Caire, che venne cantato nella battaglia di Curtatone e Montanara dai circa 450 studenti e professori, armati solo di entusiasmo ma totalmente privi di esperienza, andati ad ingrossare le fila delle truppe capeggiate dal generale De Laugier, che per un’intera giornata riuscirono a tenere testa al più numeroso e organizzato esercito asburgico.
E’ stata quindi la volta della canzone “I tre colori” o “Il brigidino”, appellativo quest’ultimo che alludeva alla coccarda tricolore, di forma simile alla pasta preparata dalle suore di Santa Brigida a Firenze.
Tale canzone risulta importante in quanto scritta, sulle rime del poeta Francesco dall’Ongaro, da Luigi Gordigiani (1806-1860), oggi illustrissimo sconosciuto, ma che ai suoi tempi si guadagnò l’appellativo di “Schubert italiano” per la copiosa produzione di brani da salotto, ricoprendo, nella prima metà dell’Ottocento, una posizione che, nella restante metà del secolo, sarebbe stata occupata da Francesco Paolo Tosti.
Dalla “Norma” di Bellini (1831) proveniva il coro “Guerra, Guerra!”, che negli anni successivi all’esordio dell’opera, la cui vicenda si svolgeva nella Gallia conquistata dai Romani, si trasformò in un’incitazione a liberarsi dell’oppressore austro-ungarico, mentre Paolo Giorza (1832-1914), utilizzando varie rime della tradizione popolare lombardo-piemontese, musicò nel 1858 “Daghela avanti un passo”, più nota come “La bella Gigogin”, canzone che tendeva a sollecitare l’intervento di Vittorio Emanuele II contro l’Austria, divenuta un vero e proprio leitmotiv della Seconda Guerra d’Indipendenza.
Si è poi tornati a Mercadante, con l’Inno a Garibaldi (1860), facente parte di alcuni brani da lui appositamente composti, per essere eseguiti davanti al re e all’Eroe dei due mondi, giunti a Napoli all’indomani del plebiscito con il quale il Regno delle due Sicilie veniva annesso al nascente Stato italiano.
Un episodio che lascia abbastanza perplessi, visto che l’autore era stato nominato direttore del conservatorio di Napoli nel 1840 (in pieno “regime” borbonico) e mantenne l’incarico fino alla sua dipartita, avvenuta nel 1870.
A seguire un trio formato da “Camicia Rossa” (1860), “Pim!Pum!Pam!” (1866) e “Brigante se more” (1970), ognuna delle quali con una storia alle spalle.
Il primo, attribuito a Rocco Traversa e Luigi Pantaleoni, si riferiva alla divisa garibaldina che, secondo la tradizione, venne adottata dalla Legione Italiana nel Sudamerica per ragioni economiche.
Infatti, l’assedio di Montevideo del 1843, aveva bloccato i traffici con l’Argentina, ed una partita di camicie rimasta invenduta, destinata ai “saladeros” (gli operai dei grandi macelli e degli stabilimenti di carne), fu acquistata a prezzo stracciato da Garibaldi per il suo esercito.
Riguardo a “Pim!Pum!Pam!”, era nato contemporaneamente alla diffusione, fra le truppe francesi, del primo esempio di fucile a retrocarica, il celeberrimo Chassepot. Infine, “Brigante se more” si deve alla penna di Eugenio Bennato e Carlo d’Angiò, pur se vi è ancora un serrato dibattito sulla sua originalità e su un paio di strofe pro-Borboni che sarebbero state cambiate.
Comunque, la cosa maggiormente significativa della canzone è la volontà di dare voce e dignità alle vittime dei massacri, operati in tutto il meridione dalle truppe piemontesi, con la scusa della lotta al brigantaggio.
Chiusura, e non poteva essere altrimenti, con la versione integrale de “Il Canto degli Italiani”, meglio conosciuto come “Fratelli d’Italia” o “Inno di Mameli”, dal giovane patriota autore del testo, poi musicato da Michele Novaro.
Un pezzo ultimamente fonte di roventi polemiche e che, forse non tutti ne sono a conoscenza, pur risalendo al 1847, divenne inno nazionale italiano soltanto nel 1946, in quanto i “patriottici” Savoia, anche dopo l’unificazione dell’Italia, continuarono ad avvalersi dell’inno del Regno di Sardegna, la cosiddetta Marcia Reale.
Sempre in tema di inno nazionale, pochi invece sanno che l’adozione di “Fratelli d’Italia” come inno nazionale fu decisa dal Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana in via provvisoria e tale provvisorietà dura tuttora.
Dopo questa lunga dissertazione, che giustifica quanto abbiamo detto all’inizio circa il valore storico del concerto, un breve sguardo agli esecutori, per sottolineare innanzitutto l’apporto del maestro Stefano Innamorati, pianista preciso, ben affiatato con la compagine vocale, e dotato di una estrema versatilità, capace di fornire una costante professionalità, a prescindere dal repertorio interpretato, per cui lo abbiamo apprezzato nelle scorse settimane sia come intenso interprete lisztiano, sia in qualità di disimpegnato esecutore di canzoni incentrate sul cibo.
Molto buona anche la prova del Coro Universitario “Joseph Grima”, apparso compatto e ben equilibrato fra le parti, merito anche del suo direttore Luigi Grima, figlio di Joseph, figura di grande prestigio del panorama culturale napoletano nell’ultimo trentennio del Novecento e fondatore, nel 1992, del Coro Polifonico Universitario, attualmente diretto dal maestro Antonio Spagnolo.
Ricordiamo, infine, l’ottimo contributo di Corrado Valletta, che ha letto, con la sua bella ed intensa voce, resa a tratti poco distinguibile a causa di un impianto di amplificazione un po’ carente, i vari passi che si intervallavano alla parte musicale.
In conclusione un concerto ben strutturato e di sicuro interesse, che ha celebrato l’unità d’Italia in modo intelligente e senza cadere in un eccesso di patriottismo, sicuramente fuori luogo in posti dove molte ferite, nonostante siano trascorsi 150 anni, risultano ancora aperte e sanguinanti.

Marco del Vaglio

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11 luglio, 2011 - Posted by | Concerti, Musica, Napoli | , , , , ,

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