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Taccuino personale di Francesco Canessa:IL REGISTA SCOPRI’ CHE GIUDA ERA GAY

Passione secondo Matteo a Salisburgo

E il regista scoprì che Giuda era gay

Mentre tra i cultori di musica lirica si continua a discutere sulla validità delle regie che rileggono in chiave di attualità i capolavori del passato, i top-men del <Teatro di regia> non solo vanno avanti, ma riescono addirittura a sconfinare dai palcoscenici d’opera alle pedane da concerto. Uno dei più celebrati  tra costoro, l’americano Peter Sellars, (nella foto)  segnalatosi per aver attualizzato la Trilogia Mozart-Da Ponte  ambientando il Così fan tutte in un bordello di provincia, il don Giovanni tra i derelitti dei Bronx e Le Nozze di Figaro tra i clienti di un albergo di lusso a Manhattan, ha ora messo il suo genio di teatrante a servizio della Passione secondo Matteo, la più pregnante ed intensa, ma anche la più compostamente luterana, tra le composizioni sacre di Johann Sebastian Bach. Scritta per la Chiesa di San Tommaso a Lipsia, vi fu eseguita una sola volta, il venerdì santo del 1729 per rimanere sepolta negli archivi cent’anni esatti fin quando il ventenne Felix Mendelssohn non la riscoprì e la diresse, in uno storico concerto a Berlino nel 1829. A Sellars il compito di costruire una nuova prima volta  – infondo tra oratorio sacro e sacra rappresentazione il passo non è lungo – per una esecuzione già in partenza diversa da quelle correnti, al Festival di Pasqua di Salisburgo. Questa era infatti affidata ai Berliner Philharmonicher, l’orchestra dal suono più ricco, brillante e quindi moderno che ci sia in Europa, del tutto opposto alle sonorità che caratterizzano i gruppi specializzati nel barocco, cui la odierna pratica esecutiva affida di solito i capolavori bachiani   L’oratorio prevede doppia orchestra e doppio coro, un terzo gruppo di voci bianche, una schiera di solisti di canto e molteplici strumentisti impegnati sia nel “basso continuo” che in determinanti “solo”, due organi, un clavicembalo, viola da gamba, oboe d’amore, flauto, violino. Date le circostanze, la classica posizione fissa da concerto già subisce deroghe nelle occasioni normali, qui è del tutto rifiutata e sconvolta dal regista, che definisce il suo lavoro una semplice <ritualizzazione> della forma concertistica, non impone né scene, né costumi né riferimenti naturalistici, ma un anonimo camicione scuro a tutti, direttore, strumentisti, coristi, cantanti. E riempie l’enorme pedana della Grossefestspielehaus di piani rialzati, in prospettiva sfalsata e in forma di parallelepipedi che lasciano al centro uno spiazzo ove resterà l’Evangelista a raccontare, rivivere la tragedia che si compie girando e rigirando intorno a un simulacro di altare, su cui finirà disteso quale vittima sacrificale. Sui parallelepipedi salgono le due orchestre di dove si staccheranno e scenderanno  i solisti per accompagnare le arie alla ribalta e si sistemano i cori ben distinti e lontani, ma pronti a cambiar di posto, a mescolarsi, e cantare a memoria – visto che la <ritualizzazione> permette soltanto agli strumentisti di tenersi davanti la musica da leggere  – i 15 stupendi corali che sono la punta di diamante dei 78 pezzi ( più di tre ore di musica) di cui si compone la partitura. Altrove è situato il gruppo del Basso continuo, che include  liuto e tiorba affidati agli italiani Ivano Zanenghi ed Evangelina Mascardi e uno soltanto dei personaggi, piazzato in cima ad un cubo più alto di tutti, e qui resterà sino alla fine. E’ Gesù. Gli altri vanno e vengono tra i sentieri tracciati dalle pedane, oppure scompaiono, Maria di Magdala, la Figlia di Sion, Pietro, Giuda, Caifa, mentre Pilato non sta manco in palcoscenico, ma tra gli spettatori, accomodato in un palchetto, di dove canta quando gli tocca. Al centro della scena  c’è soltanto l’Evangelista, che la drammaturgia inventata da Sellars trasforma nel protagonista assoluto della Passione. Con i lunghi recitativi narra punto per punto gli eventi, L’Ultima Cena, Getsemani, la cattura e tutto il resto, immedesimandosi nella figura di Cristo sino a sostituirsi a lui nella finzione teatrale ed offrire il proprio corpo all’unzione della Maria di Magdala, al bacio di Giuda che – c’era da scommetterlo! – è un lungo bacio gay, alla flagellazione, al supplizio, mentre il Gesù bachiano canta la sua parte da puro spirito, lassù sul cubo, evidentemente assiso alla destra del Padre, che però non si vede. Non so se l’azione scenica abbia giovato alla miglior comprensione degli eventi, alla maggior efficacia emotiva dell’oratorio, se insomma la partecipazione di Sellars sia stata o meno utile alla causa della musica. Perché questa è stata talmente straordinaria da annullarne la presenza, a parte l’odioso ricordo del bacio-gay. Il direttore Simon Rattle  è riuscito infatti a trarre dai suoi Berliner un suono assai morbido e pertinente, anche con alcune soluzioni d’alta professionalità, come quella di raddoppiare il previsto oboe d’amore e il conseguente apporto del suo colore barocco in entrambe le orchestre. Ha poi tenuto costante l’intensità espressiva alla luce d’una musicalità d’eccellenza, e viva la concentrazione di tutti, anche nei momenti di maggior confusione imposti dall’azione teatrale. Dagli straordinari Berliner assemblati nelle due orchestre o distaccati come solisti, ai cantanti, tra cui le bravissime Magdalena Kozena e Camilla Tilling, l’Evangelista Mark Padmore, vero maratoneta del recitativo e il sempre stupefacente Thomas Quasthoff. E al magnifico Coro della Radio Berlinese, il più tartassato  dal regista. Al quale, al pari di moltissimi spettatori, chi scrive ha rivolto alla fine convinti e calorosissimi buuh!

Francesco Canessa

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17 aprile, 2010 Posted by | Agenda Eventi, Austria, Compositori, Festival, Francesco Canessa, Giornalisti, Musica, Registi, Salisburgo, Salzburger Festspiele | , , , , , , , , , | Lascia un commento

   

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