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Venerdì 4 ottobre allo Spazio Kromìa inaugurazione della mostra “RaPortraits”, personale del fotografo Gaetano Massa

Gaetano Massa: Onkyeka – Courtesy Kromìa e l’artista

Kromìa è lieta di presentare venerdì 4 ottobre, alle ore 19.00, negli spazi siti in via Diodato Lioy, 11 (adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli) “RaPortraits”, personale del fotografo Gaetano Massa.
In mostra, opere dalla recente produzione dell’autore.
Testimoniando l’intenso vissuto umano e artistico dei nuovi miti dell’hip hop, Gaetano Massa propone una carrellata di ritratti dei suoi protagonisti in cui contesto e personaggio divengono un tutt’uno. Come del resto è naturale per un genere che nasce proprio quale rivendicazione e riscatto delle proprie origini.
Inclusive in particolare di provenienze geografiche e sociali ad alto tasso di difficoltà.

Non a caso, completano il progetto alcuni scatti di piccolo formato proposti a latere dell’esposizione sotto forma di cartoline in open edition, con immagini catturate dall’autore in centri di accoglienza per migranti che utilizzano l’attività musicale come strumento di integrazione ed espressione.

Il ricavato di vendita delle cartoline verrà devoluto interamente da Kromìa e l’artista a YouThink – Associazione di mediazione culturale, progettazione e ricerca sociale.

Direzione Artistica: Donatella Saccani
A cura di: Diana Gianquitto

Straight outta.
di Diana Gianquitto

Diretti. Quegli occhi guardano dritto. Senza peli sulla lingua.
Esattamente come la schiettezza, ai limiti del salace, di un MC.
E, appunto come un orgoglioso Maestro di Cerimonie, quei menti sono tutti alti.
A fissarti fieri, nell’autopresentazione e autoesposizione magari un po’ sfacciata, ma accogliente, di chi ti presenta bold il proprio mondo, volendotici tirare dentro. Trascinante, come la sua musica.
O a mento basso, occhi di sfida ancora più ficcati nell’osservatore, ma la provocazione è solo a resistergli, senza essere inevitabilmente risucchiati nella loro personalità; mai una lotta di potere fine all’esclusione.
Eh no, l’inclusione è politica ed etica, nell’hip hop, nato da istanze sociali e d’impegno molto più radicate di quanto l’orecchiabilità gradevole lasci fraintendere.
E il primo includere, il primo segno di coinvolgimento che si riceve da quei visi centrali, assiomatici e forti come statements dal forte beat, è proprio quel loro offrirsi senza fronzoli, e volerci mostrare senza ritrosia, generosamente, anche il loro ambiente, per quanto sofferto.

Ben memore di come l’hip hop altro non sia che emersione ed espressione di un contesto e una cultura di appartenenza, Gaetano Massa fa sì che le immagini dei suoi protagonisti affiorino esattamente come un tutt’uno dagli ambienti in cui sono nati.
Strade, degrado di periferia, vedute urban, muri, botteghe da cui riscattarsi, case e garage arredati della propria passione: tutti i luoghi in cui gli scatti di Massa sono ambientati divengono parte integrante della caratterizzazione psicologica, o meglio mitica, del personaggio.
Lungi dall’essere semplici scenografie – e qui si sconfessa la formazione cinematografica dell’autore – come in un film di Spike Lee, o Lars Von Trier, accendono i riflettori sulla natura dei loro indigeni, ne raccontano la storia. Diventano, e non a caso ritorna la metafora epica, epiteti visivi, oggetti e spazi aggiunti agli individui per permetterne la riconoscibilità, un po’ come il piè veloce per Achille, o l’elmo lucente per Ettore.
Non senza significato, quei pochissimi volti che non guardano a noi puntano ritti nel contesto, quasi a voler trascinare l’osservatore col loro sguardo direttamente verso il focus più importante: il sobborgo, o il posto, che li ha resi ciò che sono.
La costruzione di una mitologia per attributi, e per ambienti.
E con pregnante consequenzialità, è per inquadrature ad asse centrale che Gaetano Massa edifica le sue composizioni. Spesso, addirittura, individuando due ali laterali d’ambiente che abbracciano il soggetto nel mezzo, a creare una tripartizione ottica in cui però il contesto è personaggio tanto quanto, e più che, il suo abitante.
Una sorta di sacro trittico, dai colori spesso vividi come tags, per icone di nuovi miti sonori.
Necessariamente esasperati, per una musica che è una mitologia ancora tutta da costruire, o meglio icastizzati. Con la stessa naïf – ma sentita – autoglorificazione di una civiltà agli inizi, come quella espressa da Omero.
Eroi di battaglie musicali e sociali ancora tutte da vincere. Straight outta – direttamente da, come spesso si presentano – il loro ambiente, il loro hood – quartiere – e il loro popolo. Tutti Achille, dal flow veloce.

Spazio Kromìa
via Diodato Lioy, 11 (adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli)

Info:
08119569381
3315746966
info@kromia.net
www.kromia.net

Orari di apertura:
lun/merc/ven 10.30-13.30 e 16.30-19.30
mar/giov/sab 10.30-13.30

23 settembre, 2019 Posted by | Campania, Fotografia, Italia, Napoli, Regioni | , , , , | Lascia un commento

Venerdì 31 maggio allo Spazio Kromìa inaugurazione della mostra “Nuova Enciclopedia“ di Ernesto Tedeschi

Ernesto Tedeschi: Ritratto (Courtesy Kromìa e l’Artista)

Kromìa è lieta di presentare venerdì 31 maggio, alle ore 19.00, negli spazi siti in via Diodato Lioy, 11 (adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli) Nuova Enciclopedia, personale del fotografo Ernesto Tedeschi.
In mostra, numerose opere di piccolo e medio formato dalla recente produzione dell’autore.

Partendo da Nuova Enciclopedia, opera dello scrittore e artista metafisico Alberto Savinio pubblicata postuma nel 1977, Ernesto Tedeschi traduce alcuni lemmi selezionati in visioni fotografiche di lucida paradossalità che svelano umori, manie e sottili anomalie dei nostri tempi.

Direzione Artistica: Donatella Saccani
A cura di: Diana Gianquitto

Educative metafisiche
di Diana Gianquitto

Ernesto Tedeschi: onirica sospensione semplice

Curiosa contemplazione.
Surreali ma plausibili paradossi sono le lievi forzature della quotidianità di Ernesto Tedeschi, fili che nel normale scorrere della vita “si spezzano o si annodano” – come nelle parole dell’artista – dando vita a leggere increspature sulla normalità, come nutrimento di un’emotività e un’osservazione che sceglie di restare serena curiosità in superficie, e non scavo nella drammatizzazione.
Alle spalle di tutto, discreta ma sostanziante, la passione per il cinema, che dà modo di intendere il mondo, nelle tre varianti di still life, ritratto e paesaggio, come filmici indizi, protagonisti e scenografie di un enigma sottile, tanto nell’allure Pop e plasticosa di oggetti e personaggi, quanto nell’effetto quasi acquerellato di alcune vedute sovraesposte e sospese, memori della tradizione fotografica italiana, da Olivo Barbieri a Luigi Ghirri o Francesco Jodice.
Unificati da un pervasivo senso di onirica sospensione semplice, grata all’estetica giapponese quanto alla Metafisica storica.

Nuova Enciclopedia: educazione per una (non) Nuova Umanità
E non a caso, ripercorrere col mezzo fotografico la traccia della ricerca metafisica – in parole e immagini – di Alberto Savinio è il filo di Arianna che Ernesto Tedeschi svolge ora – con pazienza adamantina quanto la lucidità paradossale e prismatica delle sue scene – nel labirinto del reale.
Rinvenendo in esso la visionaria psicotropia di “situazioni irreali, ma che nel concreto si verificano”.
Come nella Metafisica: appartiene a Tedeschi, come a Savinio, il trovare l’ulteriore, il meta, pur restando coi piedi nel vero, nel fisico.
Da quelle altezze allargate, lo sguardo offre consapevolezza ozonica, ma spesso perturbante.
Tedeschi parte dunque dai lemmi scritti e illustrati da Savinio nel secolo scorso e seleziona brani testuali, prima azione immaginifica: citare è già parlare di sé nella scelta, ed è già prefigurarsi pensieri visivi fotografici, lasciandosi intrappolare proprio dai passi che ne evocano maggiori potenzialità e sviluppi.
Successivamente, l’artista procede nel dedalo quotidiano di fatti apparentemente banali col viatico risuonante delle parole elette, perseguendovi la loro traduzione in immagini e rinvenendola nei tenui, inavvertiti strappi al vivere piano dell’umanità del ventunesimo secolo.
Un viraggio di codice che ha più l’aroma della traduzione di pari dignità che dell’illustrazione derivata e secondaria: come spesso nella sua produzione, Tedeschi percorre il doppio binario di verbale e ottico senza né (con)fusioni, come invece nella poesia visiva, né asservimenti reciproci.
Con la potenza esteticamente sovversiva e nonsense degli abecedari di Tomaso Binga/Bianca Menna, traduce la parola in corpo, natura, oggetto.
Ne deriva un altro (o meglio meta-) reale, mostratoci con un’esattezza che elucida non le superficiali apparenze contenenti, ma il profondo senso emotivo contenuto, come nella ragion d’essere etica e formale dei lubki.
Riflettendo sul nesso tra passato e presente con l’attualità del pensiero di Savinio e ricavandone un inquietante fascino: oggi, come allora, i drammi e paradossi del tempo richiedono ancora enciclopedie ed educazione per una (non) Nuova Umanità.

Spazio Kromìa
via Diodato Lioy, 11 (adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli)

Info:
08119569381
3315746966
info@kromia.net
www.kromia.net

Orari di apertura (verificare via telefono):
lun/merc/ven 10.30-13.30 e 16.30-19.30
mar/giov/sab 10.30-13.30

13 Mag, 2019 Posted by | Campania, Fotografia, Italia, Napoli | , , , , | Lascia un commento

Venerdì 7 dicembre allo Spazio Kromìa inaugurazione della mostra “Soliloquio” di Ana Gloria Salvia

Courtesy Kromìa e l’Artista

Kromìa è lieta di presentare venerdì 7 dicembre, alle ore 19.00, negli spazi siti in via Diodato Lioy, 11 (adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli) “Soliloquio”, personale della fotografa Ana Gloria Salvia.

In mostra, numerose opere di piccolo formato dalla recente produzione dell’autrice.
Dettagli di fiori e piante, colti dall’obiettivo in sguardo ravvicinato e installati in un insieme generante polifonici rimandi estetici ed emotivi, aprono nuovi sensi al di là del dato botanico, verso il rinvenimento della sottile armonia empatica che tutto lega nell’Universo.

Direzione Artistica: Donatella Saccani
A cura di: Diana Gianquitto

AZAR / AZÂR
di Diana Gianquitto

Un alfabeto argenteo, una tavola magica, note musicali, uno spartito cadenzato in architettura e bellezza.

I segni sinergici di Ana Gloria Salvia ci interrogano, e solo a un secondo sguardo rivelano l’origine vegetale della loro natura.
Infatti, ben oltre la suggestione – pur presente – dell’erbario medievale ed enciclopedico, le volute palesate, le filigrane e venature delle epidermidi botaniche, le unicità morfologiche di ogni singolo essere naturale, dischiuse da uno sguardo ravvicinato, icastizzate su un buio profondo come un metafisico oceano primordiale, rilevate da riflessi lunari capaci di individuare a al contempo allontanare in una luce siderale senza tempo, finiscono per assolutizzarsi in una grammatica che defunzionalizza il dato pragmatico e attribuisce un nuovo linguaggio e senso.

Onirico, poetico, ma soprattutto filosofico.
Riposto, ma qui dispiegato in spartito visivo affinché risuoni per gli occhi di tutti.
C’è una telepatia sottile tra semi, petali, foglie delle piante rappresentate.
E siamo tirati dentro anche noi, in quelle sottili corrispondenze o contrappunti di segni, tra i quali siamo quasi chiamati a immaginare il nostro posto.
È qualcosa di più della semplice sinergia o empatia, e che partecipa della stessa forza con cui, intrinsecamente ma misteriosamente, le particelle costitutive dell’Universo si aggregavano e attraevano nell’atomismo greco.
Di più, è un’armonia matematica intesa come vera e propria archè o materia e legge primigenia del mondo, regola musicale pitagorica, forza dinamica vivente di una natura ilozoista che ha per sé e in se stessa scintilla generatrice, movimento e anima.

Anima. Per l’artista, “l’anima è il diapason che permette di accordarci con ciò che noi chiamiamo caso o coincidenza, e che in realtà altro non è che un incontro e una comunicazione tra le parti dell’Universo, che trasforma il caos in armonia e architettura per la continuità della vita”.
Una visione razionale dell’anima, ma di una razionalità quantica.
Che, come in quantistica, rinviene organizzazione e senso dall’apparente disordine, allo stesso modo in cui le ferme direttrici verticali e orizzontali nella griglia visiva dell’exhibit ne riassorbono in centratura, interiore e percettiva, le ritmate variazioni formali.
Centratura e auto-posizionamento empatico evocati inoltre dalle cinque opere assiali, che dal basso verso l’altro alludono – in forma e posizione – ai primi cinque chakra, proprio perché senza prima un propedeutico soliloquio armonico con se stessi, nessuna comunicazione è mai possibile con l’altro da sé.
Un diapason costituito da una capacità matematica e musicale innata per ogni essere vivente, ma che la società attuale ha tutto l’interesse ad addormentare, temendone la sensibilità.
Ed ecco come, anche con i fiori, si può fare politica. Muta ma eloquente, come delicato ma penetrante è agli occhi l’alfabeto floreale sovversivamente decriptatoci dall’artista.
Che, al solo contatto visivo, è capace di riallinearci con l’Universo comunicativo nel quale viviamo e con il suo principio vitale.
Non a caso, forse, nell’aspetto così simile a rayografie: quelle impressioni dirette dal mondo su carta fotografica che lo stesso Man Ray definiva “organismi viventi” derivanti da momenti di “contatto emozionale”.

Un living theatre di anime floreali messe a nudo. Riverberante la prima formazione della fotografa, avvenuta in ambito teatrale. Del resto, il teatro è strettamente connesso alla luce, che tanto sulla scena quanto nell’obiettivo fotografico “seleziona le cose in armonia, come una scrittura e traduzione di ciò che vedi, semplificando senza perdere profondità”.
E se presentare le cose in armonia è proprio anche della poesia, “che è unione di musica e immagine”, ogni fotografia è anche poema. E metafora, e aforisma. Solo, scanditi con l’immediatezza di una visione, che comunica direttamente.
Esattamente come l’intuizione, l’empatia e la telepatia, linguaggi ancestrali che fanno a meno di parole, al centro da sempre della riflessione dell’artista.
Come nella sua tavola botanica, la ricerca dell’autrice è dunque un’operazione profondamente semantica, protesa – forse anche in virtù della propria biografia cosmopolita – alla scoperta dell’essenza dei segni e delle sinergie comunicative, trasversalmente in ogni arte e cultura, e in definitiva in tutte le comunicazioni ed energie, non solo umane.
“Tutto è segno, e il segno è comunicazione, e quindi empatia”.

Che, col diapason dell’anima in ascolto di sincronicità post-junghiane dell’autrice, ritrova nell’infinito magma dei casi della vita il suo senso.
E anche voi, se qui vi ritrovate ad accordare occhi, percezioni e cuore sul suo alfabeto visivo, sarete stati qui portati, a leggere e osservare, da quell’imperscrutabile e infallibile armonia universale per cui, come nota Ana Gloria Salvia, azar, che in spagnolo vuol dire caso, in persiano si colora della musicalissima timbrica dell’accento di azâr, ed è legato al numero nove.
Secondo l’antichissima sapienza numerologica pitagorica, il numero dell’amore universale, che di certo è alla base di ogni incontro*.

*Signos sinérgicos, per una ermeneutica semplificata dell’amore, è anche il nome della ricerca sperimentale che l’artista conduce attraverso la serie.

Spazio Kromìa 
via Diodato Lioy, 11
(adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli)

Info:
08119569381
3315746966
info@kromia.net
www.kromia.net

Orari di apertura (verificare via telefono):
lun/merc/ven 10.30-13.30 e 16.30-19.30
mar/giov/sab 10.30-13.30

17 novembre, 2018 Posted by | Agenda Eventi, Campania, Fotografia, Italia, Napoli, Regioni | , , , | Lascia un commento

Venerdì 11 maggio allo Spazio Kromìa inaugurazione della mostra “In your hands” di Giampiero Assumma

Courtesy Kromia e l’Artista

Kromìa è lieta di presentare venerdì 11 maggio, alle ore 19.00, negli spazi siti in via Diodato Lioy, 11 (adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli) “In your hands”, personale del fotografo Giampiero Assumma.

In mostra, opere di medio e grande formato dalla recente produzione dell’autore.
Rinvenendo un percorso visivo unificante tra alcuni suoi scatti catturanti dei gesti, si delinea un itinerario enigmatico alla scoperta di atmosfere e protagonisti senza volto, ma ritratti ancor più intensamente dalle loro sole mani.

Direzione Artistica: Donatella Saccani
A cura di: Diana Gianquitto

In your hands
di Diana Gianquitto

Tentacolare, una forma composita emerge dal buio.
Affiora, come da abissi.
Dea Kālī dalle molte braccia, il display di In your hands di Giampiero Assumma si compone di molte vite e tanti esseri, ciascuno ritratto nelle sue mani.
Pure, sofferte, enigmatiche, accoglienti, respingenti, suadenti.
Quasi memorie da altre esistenze, mille episodi si compongono in un’unica entità, in una samsara circolare di rinascita e morte.
E talora, come nel corpo centrale da cui si dipartono, che poi sono due corpi fusi in uno, in un labirintico gioco di relazione, potere ed energie, davvero non è facile intuire i confini dell’uno e dell’altro, e di cosa sia purificazione, e cosa distruzione.
E così, la sciarada danzata di gesti fusi e trasmutanti l’uno nell’altro finisce per divenire espressione perfetta di ciò che per Giampiero Assumma è la fotografia: parafrasando Alejandro Jodorowsky, “una danza con la realtà”.
Lì dove la “realtà” è intesa in senso ampio, come costante interpretazione di ciò che vediamo.
In un incontro tra onirico e vero capace di fondere continuamente i due livelli, e in cui il rischiaramento dell’oggettivo deriva dalla trasmutazione e trasposizione che inconscio e immaginazione operano su di esso.
Proprio come in una danza in cui, perdendo i confini della propria identità e tra il sé e l’esterno, a un certo punto ci si fonde con l’altro: “non vi è separazione col reale, ma si cerca di entrarvi dentro, ed entrandovi si rinviene anche ciò che è dentro di noi, nel silenzio di un inconscio barthesiano”.
Ma per far ciò, secondo l’autore, “è necessario astrarre anche se stessi, in una continua destrutturazione, possibile solo se ci si libera della camicia di forza della realtà”.
Del resto, già per Adorno “l’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità”.
Non è assenza, tuttavia, l’astrazione da sé di Assumma, ma al contrario presenza ancor più piena, che allinea percezione del vero e di sé in un ascolto empatico che sa essere non passivo, ma trasformativo: si crea una “relazione visiva, tra fotografo e fotografato”, che come in un passo a due produce continui, impercettibili adattamenti dell’uno sull’altro, connette soggetto e oggetto del fotografare in quell’unica massa energetica junghiana cui tutti apparteniamo, consentendo dunque il disvelamento della verità.
Conoscere l’altro, infatti, è semplicemente conoscere un’altra parte di sé, visto che nella sensibilità animistica dell’artista “non facciamo che cercare di cogliere altri aspetti di un’unica grande anima, l’anima del mondo di cui facciamo parte anche noi, e di cui anche grazie alla fotografia cerchiamo di scoprire il mistero. Attraverso le forme che esso prende, che si fondono le une con le altre.”
Ecco quindi come, in un tronco su cui si adagia una mano, si può forse, per via della consapevolezza dischiusa da inconscio e immaginazione, intravedere un corpo femminile, novella Dafne o compagna delle donne-albero dell’Aurora di Paul Delvaux, non a caso assimilabili anche per la sarabanda di gesti in cerchio, tutti diversi.
Con una sineddoche karmica che evidenzia la parte per il tutto, in un’esistenza individuale è possibile leggere tutte le forme di vita, così come tra le sue sole mani si può racchiuderne tutto il ritratto.
Mani di persone che hanno vissuto, e fatto esperienza, le cui rughe contengono gli anni come gli anelli degli alberi, o mani eburnee, levigate come marmi, non ancora segnati dal tracciato del vento sulle rocce.
Depurati dagli addentellati con la realtà e dal contesto situazionale, abiti, cieli, stanze vissuti da queste mani divengono sfondi vuoti su cui, come su una tela, si staglia il pieno dei gesti, ritmando i chiari e gli scuri in abbinamento con riempimento e svuotamento, non in rigida associazione, ma in continuo slittamento e alternanza di corrispondenza.
Accordandoli però sull’unica modulazione tonale di una luce trascorrente e mobile, rivelatrice più che simbolica, plasmata dai tempi di esposizione in molteplici esplorazioni ma sempre elemento strutturante delle atmosfere visive e, soprattutto, emotive e di senso: “la metafisica è tutta nella luce, è essa che parla delle forme, che delinea e sottrae. Siamo noi che dialoghiamo con la luce e le diamo dei significati, che non subiamo ma riceviamo, in comunicazione interna con la nostra individualità, sviluppando gradazioni che creano un linguaggio autonomo”.
Così come una è la scintilla luminosa che accende, passa e trascorre, di mano in mano, tra le esistenze dalla mille gradazioni dei personaggi dell’artista.

Spazio Kromìa 
via Diodato Lioy, 11
(adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli)

Info:
08119569381
3315746966
info@kromia.net
www.kromia.net

Orari di apertura (verificare via telefono):
lun/merc/ven 10.30-13.30 e 16.30-19.30
mar/giov/sab 10.30-13.30

6 Mag, 2018 Posted by | Agenda Eventi, Campania, Fotografia, Italia, Napoli, Regioni | , , , | Lascia un commento

Venerdì 23 marzo allo Spazio Kromìa inaugurazione della mostra “Paradiso Doppioesposto” di Majid Modir

Courtesy Kromia e l’Artista

Kromìa è lieta di presentare venerdì 23 marzo, alle ore 19.00, negli spazi siti in via Diodato Lioy, 11 (adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli) Paradiso Doppioesposto, personale dell’artista e fotografo Majid Modir (Iran, 1961).

In mostra, opere dalla recente produzione dell’autore.
Sperimentando attraverso la sovrapposizione di fotografie diverse le possibilità del medium, l’autore ottiene immagini visionarie e ammalianti, che con libere assonanze e risonanze spalancano nuove possibilità di significato su volti, luoghi e oggetti catturati.

Direzione Artistica: Donatella Saccani
A cura di: Diana Gianquitto

Paradiso Doppioesposto
Una collezione di fotografia artistica
di Majid Modir, 2016

“La mia prima esperienza fotografica fu apparentemente un fiasco quando scoprimmo che la camera instamatic regalatami per il compleanno era difettosa, il rullino non scorreva e così tutte le 12 foto che avevo scattato rimasero attaccate l’una all’altra! Avevo 12 anni e già in quel periodo, nonostante il dissenso di tutti, trovai che quelle foto scadenti, strane e scure avessero senza dubbio qualcosa di interessante da offrire. Gli esperimenti che derivarono da quell’esperienza involontaria di sovrapposizione sono continuati fino ad oggi e ancora oggi sono affascinato dal segreto immanente che queste immagini nascondono, componendosi di vari strati di informazioni dando vita ad una composizione straordinariamente complessa. Negli anni la tecnologia legata alla sovrapposizione di immagini è stata sviluppata e quel senso di enigmatico persiste.”
“Il mio lungo percorso fotografico ha dato vita a due mostre dallo stesso titolo in cui sono state esposte opere diverse che fanno parte di questa collezione. Nessuna di queste immagini è stata manipolata o tagliata e incollata per essere poi ricomposta, ognuna altresì prende vita da due o tre fotografie sovrapposte con cura l’una all’altra. L’idea dietro queste immagini è la ricerca del Paradiso promesso, quella ‘bellezza’ che credo non sia necessariamente lontana da noi o addirittura in un’altra vita, ma semplicemente esiste qui e ora, fuori dalla nostra finestra o dietro l’angolo. Credo che abbiamo solo bisogno di rimanere in ascolto e respirare, chiudere i nostri occhi e dare forma a ‘strati di impressioni’ dentro di noi.”

Over-Reality
di Diana Gianquitto, 2018

Luce e aria. Respirarle profondamente, per farle scendere dagli occhi nei polmoni.
Questo, ciò che sente il corpo innanzi alle libere visioni doppie di Majid Modir.
Liberazione: dall’obbligo di dover assegnare necessariamente a un contesto situazionale quel complesso di segni da noi chiamato immagine, verso il concedere fiducia e valore alle proprie sensazioni allargate.
Qualcosa che va oltre il senso del surreale di André Breton, come realtà superiore in cui conciliare veglia e sogno, e anche oltre il significato contemporaneo di augmented reality, dimensione virtuale che partecipa e del mondo naturale, dal quale scaturisce, e di quello digitale, nel quale avverare eventi ed esperienze oltre i limiti corporei umani.
L’arte di Modir è over-reality: una realtà al di sopra dell’altra, due immagini entrambe reali che però sono sovrapposte dando vita a una terza visione.
In sintesi d’incanto e autonomia, accostando con libertà logica ambiti e contesti apparentemente lontani, ma che per qualche assonanza intima o formale rivelano un sotterranea malia e complicità rivelatrice.
Tuttavia, non si tratta solo dell’automatismo psichico bretoniano o dell’accostamento inconsueto di Lautréamont in un contesto estraneo a entrambi gli elementi – «bello come l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio» – ampiamente ripreso da Max Ernst, né di deformazione espressionistica e irreale, tutte modalità surrealistiche di svincolamento dell’inconscio.
L’over-realtà di Modir è figlia della pelle prensile e tecnologica della fotografia, capace di registrare due volte il mondo in uno stesso spazio – la porzione di pellicola che per un involontario errore rimaneva esposta alla scrittura della luce nella prima camera instamatic dell’artista.
In maquette e trasposizione artistica, quello spazio comune di pellicola, che spalancava enigmi, è divenuto oggi unico spazio di visione in cui esprimere con doppia immagine e duplice profondità il mondo, sulla pelle prensile stavolta delle proprie percezioni allargate.
Non nell’onirico, o nel surreale, ma nella contemplazione. Una dimensione di registrazione percettiva espansa per cogliere meglio – paradossalmente proprio dalla proiezione di un’immagine apparentemente incongruente sull’altra – quella verità latente di un luogo, un viso o un oggetto che solo la liberazione emotiva ed empatica di associazioni e risonanze può svelare.
A opera di un olos corpo-anima, liberatosi finalmente, come nelle parole dell’autore, nel «rimanere in ascolto e respirare, chiudere i nostri occhi e dare forma a ‘strati di impressioni’ dentro di noi».
Una terza superiore visione da due immagini, dal terzo occhio dell’arte.

Spazio Kromìa 
via Diodato Lioy, 11
(adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli)

Info:
08119569381
3315746966
info@kromia.net
www.kromia.net

Orari di apertura (verificare via telefono):
lun/merc/ven 10.30-13.30 e 16.30-19.30
mar/giov/sab 10.30-13.30

17 marzo, 2018 Posted by | Agenda Eventi, Campania, Fotografia, Italia, Napoli | , , , | Lascia un commento

Dal 14 dicembre 2017 al 7 gennaio 2018 Spazio Kromìa, in collaborazione con il Riot Laundry Bar, propone la mostra “Felici dentro: Maradona per Castanò”

Franco Castanò – Diego Armando Maradona – C.sy Kromìa e Archivio Pressphoto

Giovedì 14 dicembre 2017, alle ore 19.00, Kromìa è lieta di presentare, presso il Riot Laundry Bar (via Kerbaker, 19 – Napoli Vomero), “Felici dentro: Maradona per Castanò”, mostra personale di omaggio al fotoreporter Franco Castanò prematuramente scomparso nel 2014.

Nel corso della serata inaugurale, dj-set di Maradona Sound System.

In mostra, sei opere fotografiche di medio formato in bianco e nero di Franco Castanò, titolare per anni dell’agenzia fotogiornalistica Pressphoto attiva dagli anni ‘70, l’uno e l’altra tra i principali e più acuti testimoni della cronaca della città partenopea e della storia del Calcio Napoli.

In scatti indimenticabili, l’icona di Maradona si rivela persona e mito attraverso lo sguardo unico dell’autore.

Direzione Artistica: Donatella Saccani
A cura di: Diana Gianquitto

Al termine della mostra, le opere resteranno in vendita, oltre che presso Spazio Kromìa, anche presso Riot Laundry Bar.

L’evento si inserisce infatti nel progetto di collaborazione di Kromìa con Riot Laundry Bar, spazio di creatività e incontro trasversale in piena linea con la mission Kromìa di allargamento della fruizione artistica e dell’espressione fotografica.
La mostra è anche quindi occasione per Kromìa di arricchire, in espansione dell’attività della sua sede storica di via Diodato Lioy, il suo corner espositivo e di vendita – dedicato in particolare a opere di piccolo formato in gift box – presso Riot Laundry Bar.

Franco e Diego
(nota critica di Diana Gianquitto)

“Se non sono felice dentro, non riesco a essere un campione” (D. A. Maradona)

Ebbrezza.
La folla è un’arena, i cori un unico corpo. Il Divo Diego avanza, con fare quasi timido, subito sciolto in un abbraccio istintivo. Quello che non sai nemmeno perché, ma avvolge da subito le grandi storie d’amore, come l’immediato riconoscersi l’uno nell’altra del più vulcanico fantasista della storia con Partenope, che la fantasia ce l’ha da sempre avuta ogni giorno nel vivere e resistere, nonostante i suoi molteplici martirii. Così come ha bruciante, in quel caldo luglio del 1984 in cui Maradona viene presentato al San Paolo – ancora troppo vicino alle macerie del novembre di quattro anni prima – la voglia di risorgere alla dignità e alla gioia dopo il devastante terremoto. E la rinascita dell’orgoglio di un popolo può passare anche da un campo verde. Lo saluterà il giovane argentino, dopo l’emozione iniziale e alla fine di quel pomeriggio, riempiendolo di baci, e sapendo che la festa e l’amore sarebbero solo iniziati, in quel momento. E ne diventerà, di quel prato e di tutta la città che ogni domenica vi riversava il proprio pensiero, il simbolo, il terapeuta, il sogno di rialzarsi.

Dietro di lui c’è un fotografo, un testimone, un uomo, che guarda da uomo e da solo a solo – nell’anfiteatro incombente che di migliaia di corpi ne fa uno – quello che già era stato incoronato Re del calcio: Franco Castanò, titolare della storica agenzia fotogiornalistica Pressphoto, una delle più attive che Napoli e il Meridione abbiano mai avuto. Sceglie prospettive alle spalle, laterali, inaspettatamente intime, Castanò. Entra nelle pieghe di quegli occhi ancora fanciulli, e forse proprio per questo già ardenti, del campione che non ha mai dimenticato di voler essere, semplicemente, quel ragazzo che si diverte troppo a tirar calci e che un giorno era stato scoperto talento nella sua città natale. Il fotografo lo segue nelle esultazioni, bizzarrie, gestualità e sospensioni spontanee, cercando e trovando la persona nell’icona. E nel coglierne i capelli al vento, in un istintivo rovesciare la testa, lo staglia anche contro un background sfocato e abbacinato – quasi gotico sfondo sacrale fatto metà di cielo, metà di folla di tifosi/fedeli – rivelandone la doppia natura di uomo e di mito.

Perché Franco era così: solare e generoso, fotoreporter che non dimenticava mai, un po’ come l’asso argentino, che il suo lavoro l’aveva scelto perché lo rendeva felice, così come mai tralasciava di cercare, anche nei più scottanti fatti di cronaca, l’umanità – e non la strumentalizzazione morbosa – di una storia. E quella storia d’amore là, tra un ragazzo e il suo mare di sguardi, quel giorno e per molti anni ancora dopo, Castanò l’ha sempre guardata negli occhi, dalla sua camera, puntando l’obiettivo e il cuore verso Maradona come se fossero soli. Così come a ciascuno e uno a uno quel campione, che per tutti sarebbe diventato semplicemente Diego, tirava baci quel giorno.

Info:
Spazio Kromìa
Napoli, via Diodato Lioy 11 (piazza Monteoliveto)
08119569381
3315746966
info@kromia.net
www.kromia.net

Orari di apertura (verificare via telefono):
lun/merc/ven 10.30-13.30 e 16.30-19.30
mar/giov/sab 10.30-13.30

Riot Laundry Bar
Napoli, via Kerbaker 19 (Vomero)
08119578491
https://it-it.facebook.com/riotlaundrybarandclothes/

Orari di apertura Riot Laundry Bar:
lun-ven 10.00-14.00 e 16.00-2.00
sab 8.00-2.30
dom 18.00-2.00

8 dicembre, 2017 Posted by | Agenda Eventi, Campania, Fotografia, Italia, Napoli, Regioni | , , , , , , | Lascia un commento

Sabato 2 dicembre allo Spazio Kromìa inaugurazione della mostra “Far away from the eyes” di Salvatore Castaldo

Courtesy Kromia e l’Artista

Kromìa è lieta di presentare “Far away from the eyes”, personale dell’artista Salvatore Castaldo

In mostra quindici opere fotografiche di medio formato in bianco e nero dalla più recente ricerca dell’autore.
In continui slittamenti e riconoscimenti di senso, immagini di sculture divengono entità emozionali e verità riposte, in un allestimento a griglia che potenzia arditi tagli compositivi, accostamenti illuminanti e ritmica chiaroscurale.

Direzione Artistica: Donatella Saccani
A cura di: Diana Gianquitto

Lontano dagli occhi
(nota critica di Diana Gianquitto)

Fotosofia.
Ectoplasmi di luce nell’ombra, apparizioni galleggianti dal fondo. Lucidità inaspettata, rivelatrice. Indefinitezza sommessa di sfumati, pittorici come sussurri.
Il vedere fotografico di Salvatore Castaldo è conoscere. Sospeso tra brume sfocate che occultano il pedissequo dischiarando il senso emotivo, e inattesi tagli e dettagli arditi, abbacinanti come illuminazioni.
Memore della constatazione di Paul Valery, secondo il quale solo la fotografia era riuscita a svelare dinamiche – come il movimento – fino ad allora oscure, anche per Castaldo la camera apre un atto gnoseologico, e di sensazione corporea insieme, che ha a che fare con la conoscenza.
Ma il conoscere della poesia, diretto, immediato, spontaneo, intuitivo e non cerebrale.

In particolare, per il fotografo l’obiettivo è risveglio, capacità di andare oltre la visione, oltre la mera registrazione meccanica del reale, e verso piuttosto il valore che lo stesso Valery tributava all’emergere lento dell’immagine dal negativo fotografico, che diviene quasi alter ego dell’affiorare della memoria e della coscienza, fino a tangere la funzione rivelatrice dei lati riposti del reale che il poeta francese attribuiva alla letteratura.

Fotografia e letteratura. Castaldo inizia a fotografare, da scrittore, quando sente di aver bisogno di altra grammatica e dinamica espressiva.
Gli sfrangiamenti di luce e di ombra, le improvvise illuminazioni, il filtro della lente che interdice eppure disvela il contatto diretto con la natura divengono il suo nuovo tessuto linguistico: ulteriore dimensione per parole che chiedono di uscire sotto forma di visioni.

Semplici, ma potenti. «Ogni visionarietà è semplice» (cit. Salvatore Castaldo), scivola dalle parole degli occhi dell’artista, e trasforma ciascuna rivelazione in un’estasi, lontana da ogni onanismo.
«Non faccio fotografie, ma faccio “Della fotografia”». E ancora, «il mio lavoro non è uniforme, ma multi-forme»: come nelle parole dell’autore, il suo atto fotografico è un inseguimento, al di là della contingenza dello scatto, del senso stesso del medium e dell’essenza, seppur fugace, oltre il vedere superficiale indotto dall’odierna sovresposizione alle immagini.

Un’esperienza di intensità e profondità visiva catturata come radiazione luministica così pulsante che, non a caso, nella fruizione dell’arte di Castaldo si è inevitabilmente irretiti dal tessuto di ritmico cadenzamento di ombre liquide e improvvisi abbagliamenti di luce che sembrano imprimersi direttamente dall’energia del soggetto.
E di nuovo si torna al Valery ricordato da Vittorio Magrelli: «il privilegio della fotografia risiede infatti in un’immediata aderenza ai dati dell’oggetto ritratto: calco della luce, emulsione diretta dell’oggetto. (…) La sua superficie riproduce il reale come quella liquida riflette Narciso».
Ma anche, negli improvvisi raggrumamenti e vortici di pathos emergenti dal fondale oscuro, ai volti drammaticamente affioranti dal buio caravaggesco delle “Sette opere di Misericordia”, inevitabile sedimentazione nella memoria partenopea dell’autore.

Visi, sguardi, epidermidi intensamente teatrali, come quelli di marmo e bronzo nelle opere di Castaldo, per il quale in esse «ciò a cui si assiste è una tragedia greca», ricordando con Roland Barthes che «non è attraverso la Pittura che la fotografia perviene all’arte, bensì attraverso il teatro».
Ed ecco che le pietrificazioni narrative ed emotive di altri artisti del passato divengono nodi d’azione e pause sceniche di distensione, gesti, attimi, un punctum emozionale e filosofico tanto più vero quanto momentaneo ed evanescente, e quindi permanentemente autentico nel suo respirante vibrare e mutare.

E infatti, anche la griglia in cui Salvatore Castaldo formalizza le sue immagini è contrappunto ricco di pathos, appunto, caravaggesco e teatrale, un’architettura e stesura di note visive che ricerca direttrici compositive ampie e non globulari, secondo acute e audaci tensioni diagonali e concentrazioni drammatiche agli angoli, intervallate da panneggi barocchi di bianchi, depurate in intervalli di più classiche suggestioni, ed equilibrate al centro da assialità egittizzanti.

Scritture e teatri di luce e sofia fotografica, in una partitura di bianchi e neri potenziante rimbalzi e rimbombi interiori e sostenuta secondo una modulazione perpetua attorno a paradossi visivi e sensoriali, etica della bellezza ed emulsione energetica dal mondo.
Far away from the eyes, sulla strada della poesia.

Info:
08119569381
3315746966
info@kromia.net
www.kromia.net

Orari di apertura (verificare via telefono):
lun/merc/ven 10.30-13.30 e 16.30-19.30
mar/giov/sab 10.30-13.30

17 novembre, 2017 Posted by | Agenda Eventi, Campania, Fotografia, Italia, Napoli, Regioni | , , , | Lascia un commento

Venerdì 6 ottobre allo Spazio Kromìa inaugurazione della mostra “Concerto essenziale di terra e di cielo”, personale napoletana dell’artista e fotografo Marco Iannaccone/Scarlet Lovejoy

Courtesy Kromia e l’Artista

Kromìa è lieta di presentare “Concerto essenziale di terra e di cielo”, personale napoletana dell’artista e fotografo Marco Iannaccone/Scarlet Lovejoy.

In mostra, cinque opere fotografiche di medio formato dalla serie “Concerto essenziale di terra e di cielo”, scattate nella valle dell’Engadina in cui visse e creò, a fine Ottocento, il pittore divisionista Giovanni Segantini.
Distanti dall’essere mera fotografia di paesaggio, le visioni di Marco Iannaccone/Scarlet Lovejoy sono icastizzazione di un luogo e modalità dell’anima di riallineamento energetico, e al tempo stesso viaggio reale e metaforico alle fonti della creatività e del linguaggio non solo di Segantini ma dell’arte tutta, indagati attraverso un modulo formale ripetuto che da cornice si fa codice segnico, e contemporaneamente abbraccio emotivo.

Luci dei miei occhi
(nota critica di Diana Gianquitto)

Il culto della luce. Orchestrato nel tempio di una natura rigeneratrice. Attraverso la grammatica, oggi talora scandalosa, del bello e del sublime. Ma attraverso la ricostruzione, in senso letterale, di uno sguardo, che si fa interno ed esterno contemporaneamente.
La genesi degli scatti paesistici di Marco Iannaccone/Scarlet Lovejoy è indissolubilmente legata, in senso non aneddotico ma profondamente spirituale, all’intima dinamica estetica che li muove.
L’esigenza, improvvisamente percepita nella sua potenza in un momento di vissuto particolarmente intenso dell’artista, di un attimo di raccoglimento, di riallineamento energetico nel quale ritrovare identità e struttura delle proprie forze, viene risvegliata e al tempo stesso confortata dal contatto, durante un viaggio, con l’ammaliante natura rigeneratrice dell’Engadina, che già ospitò e nutrì la vicenda artistica di Giovanni Segantini.
Dimensione panica che però, nel caso di Iannaccone, viene assimilata attraverso un filtro intimamente percettivo, una camera oscura di silenzio, contemplazione, ascolto e riordinamento, che da mood atmosferico e creativo si fa vero e proprio modulo formale, fortemente caratterizzante l’intera serie, nell’ovale nero che incornicia le vedute.
Così, in un viaggio reale e – in continuo slittamento di livelli – metaforico, la ricerca delle fonti e dei luoghi della creatività del grande pittore divisionista diviene più intimamente accostamento alla sua forte energia e presenza spirituale, al suo timbro sacrale, al suo panteismo, necessari al momento biografico particolarmente incisivo dell’autore, ma in senso più allargato anche viatico di riflessione sul motore stesso di ogni fare ed essere arte.
Ed ecco dunque che i filamenti di luce aurea, i colori puri, cangianti, iridescenti, e le misteriose atmosfere luministiche della ricerca divisionista di Segantini – a loro volta modo per staccarsi dalla pedissequa rappresentazione di una natura di cui si vuole invece mostrare la profondità come allegoria e simbolo di vita, nascita, trasformazione e morte – divengono in Iannaccone riflessi dorati e contrasti mozzafiato di chiarore e oscurità, modulanti in un “Concerto essenziale di terra e di cielo”*, ora la maestosità di un infinito più vicino al sublime romantico, ora scorci di familiarità agreste più prossima.
Su tutto, l’aleggiare rassicurante e materno, pur nelle sue declinazioni più grandiose, dell’Alma Mater Natura, del legame profondo dell’uomo con essa, forza primigenia particolarmente amata e avvertita dall’artista, ancor più dopo gli esiziali avvenimenti dell’ultima e dolente attualità dell’area vesuviana. Ciò che abbiamo, e ciò che potremmo perdere.
Ed è appunto quasi in abbraccio protettivo di questo esterno – che di noi stessi è anche genitrice e culla – così come, contemporaneamente, di un’intimità necessitante di balsamo, che si curva la cornice attorno ai paesaggi: un nero che non è buio ma ristoro, e focalizzazione, presa di fiato; un ovale che si fa occhio, sguardo interno ed esterno contemporaneamente, bilanciamento di osservazione e premura interne, verso il sé, ed esterne, verso l’altro; un modulo gestaltico e insieme metalinguistico che inquadra l’oggetto d’interesse, esalta e coscientizza le composizioni prospettiche e direttrici lineari e unifica la diversità delle visioni, nel loro ritmo alternato di orizzonti infiniti spezzati da cunei montuosi; un oculo simbolo dell’atto del vedere e della camera fotografica, e al tempo stesso attribuente incredibile pittoricismo alle immagini; e infine, segno forte culturale attraverso la storia dell’arte di tutte le epoche, a partire dai ritratti di cubicula pompeiani inscritti in cerchi e dalle cornici istoriate delle miniature medievali, fino al michelangiolesco Tondo Doni, ai dipinti fiamminghi di Bruegel o Bosch e, più avanti, alle ellissi liberty, all’illustrazione, al rettangolo lobato di Segantini stesso in L’Angelo della Vita o al Luca Maria Patella di Rubedo a Montefolle.
Mille oculi/occhi d’arte per mille immagini di una sola natura; la stessa che nelle visioni di Marco Iannaccone, a umani assenti o solo evocati da panchine e vele timidamente sperdute, o affacciati come novelli viandanti friederichiani su infiniti mari di nebbia, vuol ricordare di ritrovarsi, e non rovinarsi, per i dirupi della propria immensità; la stessa che riluce dagli occhi dell’arte o dell’uomo in ogni sguardo autentico, verso il sé o verso l’altro.

(*) “Concerto essenziale di terra e di cielo” è felice espressione critica di Nino Barbantini sulla pittura di Segantini nel suo Giovanni Segantini, 1926.

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25 settembre, 2017 Posted by | Agenda Eventi, Arte, Campania, Fotografia, Italia, Napoli, Regioni | , , | Lascia un commento

Venerdì 23 giugno Spazio Kromìa, in collaborazione con Riot Laundry Bar, presenta il nuovo progetto del fotografo, compositore e musicista Fabio Orsi “Il ricordo improvviso dell’assoluto stupore”

Particolare del box set di Fabio Orsi – Courtesy Kromìa e l’artista

Kromìa è lieta di presentare il nuovo progetto del fotografo, compositore e musicista Fabio Orsi “Il ricordo improvviso dell’assoluto stupore”, in una serata speciale artistica e musicale, venerdì 23 giugno, alle ore 19.00, in collaborazione con Riot Laundry Bar (v. Kerbaker, 19 – Napoli Vomero), spazio polifunzionale dedicato a musica, arte, moda, food e lifestyle.

In mostra, una trentina di opere fotografiche di medio formato, tratte dalla nuova serie “Il ricordo improvviso dell’assoluto stupore” di Fabio Orsi, oltre al box set della serie completa, cofanetto in edizione limitata edito da Backwards, contenente libro fotografico e vinile musicale LP Picture Disc, inserto e cartolina.
Inoltre, nel corso della serata con aperitivo di inaugurazione, Fabio Orsi suonerà in una esibizione dal vivo dando voce, coi suoni ammalianti ed evocativi della sua musica, alle atmosfere sospese delle sue fotografie, ampia serie in bianco e nero dedicata alle sottili epifanie di bellezza nel quotidiano, e alle impalpabili, ma irretenti, spontaneità e illuminazioni emotive da esse spalancate.

Così descrive Backwards il fascino e la suggestione del lavoro:
“Il primo libro fotografico di Fabio Orsi! In uscita in abbinamento a un vinile, con un’unica e lunga traccia inedita, che è una sorta di ‘summa’ dell’universo musicale di Fabio Orsi: come i suoi primi lavori, “Il ricordo improvviso dell’assoluto stupore” è una traccia di ambient drone music profonda, con chitarre lontane e un afflato nostalgico. Ipnotica e melodica allo stesso tempo, perfettamente complementare e di completamento al suo lavoro fotografico.”

Dopo l’evento del 23 giugno, la opere in mostra resteranno in esposizione presso Riot Laundry Bar fino al 7.7.2017, e resteranno in vendita, oltre che presso Riot Laundry Bar, anche presso Spazio Kromìa.

L’evento sarà anche occasione per Kromìa di presentare, in espansione dell’attività della sua sede storica di via Diodato Lioy, il suo nuovo corner espositivo e di vendita – dedicato in particolare a opere di piccolo formato in gift box – presso Riot Laundry Bar, spazio di creatività e incontro trasversale in piena linea con la mission Kromìa di allargamento della fruizione artistica e dell’espressione fotografica.

(Comunicato a cura di Diana Gianquitto)


KROMÌA è una piattaforma italiana (in versione bilingue italiano-inglese) di vendita on-line (www.kromia.net) per collezionisti, interior designers, architetti, ed amanti dell’arte in cerca di stampe fotografiche d’autore di alta qualità.
E’ una galleria virtuale che raccoglie un’attenta selezione di autori contemporanei e non, che utilizzano come mezzo espressivo la fotografia.
La selezione è effettuata con un criterio curatoriale in quanto gli autori vengono valutati sulla base della loro professionalità, e della qualità e coerenza del lavoro svolto.
Tale scelta è effettuata, da parte dei fondatori di KROMÌA, mettendo in campo la loro esperienza pluriennale di collezionisti e direttori di una galleria d’arte contemporanea di ricerca, con una programmazione incentrata sulla fotografia e la videoarte.
Lavoriamo a stretto contatto con i nostri autori al fine di proporre un’offerta più ampia possibile in quanto a temi, stili e tecniche sempre nel rispetto dei più alti standard qualitativi.

Normalmente le Gallerie d’arte offrono a collezionisti, Istituzioni e Musei, pezzi unici o in tirature molto limitate con prezzi a 3 o 4 zeri.
In alternativa, esistono le edizioni di massa, rappresentate dalle riproduzioni di capolavori della Storia dell’Arte che si possono trovare generalmente nei negozi di poster o negli shop dei Musei.
Esiste dunque un gap di mercato che KROMÌA intende colmare offrendo ai propri clienti: 1) stampe fotografiche di altissima qualità, scelte secondo criteri curatoriali, ma a prezzi accessibili che possano allettare giovani collezionisti ed amanti della fotografia e dell’arte; 2) uno strumento professionale per gli interior designers e gli architetti tale da poter ampliare la possibilità di scelta in termini di qualità-prezzo dei propri clienti intenzionati ad acquistare opere d’arte per arredare la propria casa.
Le immagini poste in vendita da KROMÌA sono tutte edizioni limitate e firmate dall’autore.
L’acquisto delle stampe fotografiche può essere effettuato direttamente online secondo la procedura classica dell’e-commerce ponendo cioè l’articolo nel carrello, inserendo i dati per la fatturazione e la spedizione e poi pagando con carta di credito, Paypal o bonifico bancario.
La stampa è affidata a laboratori di indiscutibile esperienza e serietà o, nel caso delle stampe in bianco e nero ad ingranditore, ad artigiani seri ed affidabili che hanno saputo preservare con amore e passione le tecniche tradizionali di stampa.
Allo stesso modo le cornici vengono realizzate da professionisti del settore selezionati dalla nostra organizzazione per la loro esperienza pluridecennale.
KROMÌA pone inoltre la massima cura nell’imballaggio e nell’affidare la spedizione a corrieri di fiducia che assicurino standard elevati del servizio in termini di celerità ed accuratezza.

Info:
Spazio Kromìa
Napoli, via Diodato Lioy 11 (piazza Monteoliveto)
08119569381
3315746966
info@kromia.net
www.kromia.net

Orari di apertura (verificare via telefono):
lun/merc/ven 10.30-13.30 e 16.30-19.30
mar/giov/sab 10.30-13.30


Riot è una struttura polifunzionale che nasce nella ex sede della storica libreria “Loffredo”.
L’intero concept ruota attorno alla sostenibilità: dalla fornitura energetica, proveniente interamente da fonti rinnovabili agli arredi riciclati, passando per la commercializzazione e trasformazione di alimenti bio ed a Km Zero.
Riot si impegna infatti a scegliere accuratamente i propri fornitori in base alle loro politiche di produzione e nel pieno rispetto dell’ambiente.

Il “Brain Wave Store” si sviluppa su 3 livelli ed in 4 sezioni ispirate ai lavaggi del denim:

Level 0 / +1

Stone Washed
Il livello 0 ospita il Laundry Bar.
Wellness Bar diurno, dedicato al benessere, al relax, alla cura del corpo dove potrai gustare estratti, centrifughe, frullati, tisane, thè, con un unico comune denominatore: la salute.
American Bar di sera dove potrai provare cocktail, long drink, selezioni di birre e vini campani, tutto all’insegna del divertimento.
Tutti i prodotti, creati “ad hoc” e a Km0, sono scelti per la stagionalità e la denominazione controllata.

Raw Washed
Il livello +1 ospita la SpeackEasy Zone una sala dove potrai rilassarti su comodi divani e accoglienti poltrone, gustando un cocktail con amici o per una riunione di lavoro.

Bleached
Restando nel livello 0 e +1 c’è l’ Exhibit Space dove potrai godere di un’esposizione di opere proveniente da artisti emergenti del territorio Campano.

Level -1

Destroyed
Il cosiddetto “Basement” è dedicato al mondo dei Clothes con l’Apparel Shop, curato da London Vomero con i brand più giusti del momento sia street che glam e il nostro progetto cardine la Denim Factory dove potrai creare, customizzare i tuoi jeans, dalla scelta del denim, al fit, al lavaggio ed infine il trattamento di invecchiamento e usura. Insieme al nostro Denim Specialist, infatti, potrai personalizzare il tuo jeans utilizzando, esclusivamente, una linea di prodotti a zero impatto ambientale, la “GreenOfChange” dell’azienda leader del settore Garmon, partner del progetto.
Infine tutto quello che ruota attorno al Vinyl con il Record Shop interamente dedicato alla vendita di dischi da collezione o per la tua borsa da Dj.

Riot Laundry Bar
Napoli, via Kerbaker 19 (Vomero)
08119578491
https://it-it.facebook.com/riotlaundrybarandclothes/

Orari di apertura Riot Laundry Bar:
lun-sab 8.00-2.00
dom 18.00-2.00

12 giugno, 2017 Posted by | Agenda Eventi, Arte, Arte contemporanea, Campania, Fotografia, Italia, Musica, Napoli, Regioni | , , | Lascia un commento

Venerdì 17 marzo allo Spazio Kromìa di Napoli inaugurazione di “Noi Vivi” personale di Roberta Basile

Roberta Basile - Courtesy Kromìa e Kontrolab

Roberta Basile – Courtesy Kromìa e Kontrolab

Venerdì 17 marzo, alle ore 19.00, presso Spazio Kromìa (via Diodato Lioy 11, adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli), inaugurazione di “Noi Vivi”, personale napoletana di Roberta Basile.

In mostra, cinque opere fotografiche di grande formato dalla sua nuova serie, premiata al Festival Corigliano Calabro 2016.

Un reportage di trascinante respiro su una Napoli ancora – e nonostante tutto, sempre di più – in vita e resiliente, innanzi alle grandi sfide della contemporaneità come integrazione, globalizzazione, fenomeni mediatici.
Forte del suo essere patria di deflagrante energia, salda memoria, rinnovato sogno.

Partènope (testo critico a cura di Diana Gianquitto)
“Irrituale, diretto”. Come il vivere.
Ma anche riordinato, focalizzato. Verso il cercare, per esso, un senso.
Se, come nel pensiero del teorico della comunicazione Franco Lever, talento del pioniere del fotogiornalismo Erich Salomon era proprio la capacità di saper riprendere al di là di ogni rito e stereotipo formale gli accadimenti, Roberta Basile va oltre. Verso la comprensione, l’interpretazione, l’arte.
Fotogiornalista è per certo, nel midollo, per il suo non risparmiarsi, abbandonandosi al vortice che la risucchia all’interno della situazione. E di movimenti a vortice, dall’alto, quasi mulinelli visivi di teste o braccia che dirigono veloci verso il focus dell’immagine, ve ne sono molti, nelle sue visioni. Così come di tagli accelerati, quasi chirurgia d’emergenza di diagonali anelanti di arrivare dritte al punto. Nel cuore del contenuto emotivo e fattuale dell’accadimento.
Tuttavia, innegabile è per la fotografa anche una particolare e innata abilità compositiva, che la induce a tirar fuori armonizzazioni, o meglio riordinamenti, dal caos. A “tentare di offrire per esso una interpretazione, di ordinare attraverso lo scatto”, come nelle sue stesse parole.
E così, la ripresa della folla in adorazione della diva e divina Sofia si può trasformare in orizzontale bipartizione tra una Terra affollata di ammiratori e un Cielo ideale da cui – quasi messia incarnato – è appena scesa l’attrice, mentre frattale centripeto di euritmica collettività culturale diviene il flash mob di musicisti, attorno al nucleo generativo del giovane artista nel mezzo. Felliniano onirico volo cinematografico di camera è la cattura dello stupore di una bimba al Carnevale nella Sanità, tanto quanto invece strong è l’inignorabile centralità scultorea del fist bump di un jewellery designer napoletano, ornato delle sue stesse creazioni, a metà tra cultura hip hop con citazioni Pop da Lichtenstein e assolutizzazione espressiva memore della mano guantata di Tiziano o autoritratta del Parmigianino. La stessa inaspettata focalizzazione che palesa l’intrinseca qualità informale, materica e segnica, di un muro graffito nel Tunnel Borbonico che dà nome alla mostra, denotandolo quasi come Scrittura-Pittura di Cy Twombly. O ancora, approfondendo l’analisi tra altre opere della serie, non in mostra ma in scuderia Kromìa, in struttura piramidale di muscolosa michelangiolesca sodezza e vittoriosa celebrazione si trasfigura l’abbraccio di due amanti al Mediterranean Pride, così come, nel vuoto tra i palazzi, imbuto ritmico che riporta alla terra come tamburi è la danza degli immigrati africani manifestanti con i disoccupati.
In fin dei conti, anche materna e profondamente femminile è questa abilità di Roberta Basile, unica fotogiornalista partenopea: trasformare in utero e camera gestazionale quello spazio riposto di buio e di vuoto che è l’obiettivo, quella pausa infinitesimale ma inevitabile che attraversa ogni immagine del reale prima di divenirne la fotografia; e, in quella presa di fiato, si costruisce il senso. Embrione che prende forma dall’amorevole accogliere in sé e nella propria attenzione l’energia genetica di un territorio – assurgente a dimensione esistenziale – percepito come microcosmo atomico, organismo vivente, Xàos etimologico, inteso come forza generatrice.
Ed ecco perché quelle di Roberta Basile non possono essere che storie non di Gomorra ma di una città figlia di una Sirena ammaliante scioltasi per amore, racconti di speranza, della sua resilienza, della sua vita, che graffia sulla pietra, partorendola all’arte con la fotografa, NOI VIVI.

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2 marzo, 2017 Posted by | Agenda Eventi, Arte, Campania, Fotografia, Italia, Napoli, Regioni | , , , | Lascia un commento

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