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L’Orchestra del Conservatorio di Avellino, diretta dal maestro Giuseppe Camerlingo, riporta lo Stabat Mater di Paisiello dove esordì due secoli fa


Lo Stabat Mater, sequenza in latino del XIII secolo, attribuita al francescano Jacopone da Todi, che descrive mirabilmente l’angoscia e la sofferenza della madre di Dio ai piedi della Croce, è stato utilizzato come testo per numerose composizioni.
La più nota risulta sicuramente quella per soprano, contralto, archi e basso continuo, scritta da Giovanni Battista Pergolesi (1710-1736), a seguito di una richiesta ricevuta nel 1736 dalla confraternita napoletana dei Cavalieri della Vergine dei Dolori di San Luigi al Palazzo.
Secondo la tradizione, l’autore iesino completò lo Stabat nel convento dei Cappuccini di Pozzuoli, luogo salubre dove si era recato per cercare di contrastare la tubercolosi che lo aveva colpito, poche ore prima di morire, il che accese la fantasia popolare, favorendo una diffusione ed una notorietà del brano, rimaste inalterate fino ai nostri giorni.
Poco più di 70 anni dopo, il 16 settembre 1810, in occasione della festività della Beata Vergine Addolorata, Giovanni Paisiello (1740-1816) propose una sua versione dello “Stabat Mater del Pergolese”, eseguita nel Duomo di Napoli, avendo cura di sottolineare “…senza dipartirsi dell’originalità…”
Un’avvertenza nata soprattutto allo scopo di difendersi da eventuali critiche degli appassionati più intransigenti, ma non proprio rispondente all’effettiva realtà perché, pur rispettando sostanzialmente la partitura pergolesiana, Paisiello rinforzò l’organico con un buon numero di strumenti a fiato e due voci maschili (alle quali affidò alcune arie e duetti dell’originale, abbassate di un’ottava), preoccupandosi di inserire anche piccole modifiche, con un risultato complessivo che indirizzava maggiormente verso effetti operistici e finiva con impoverire la forte drammaticità insita nella composizione.
A distanza di 208 anni il brano è stato riproposto, nella Cappella del Tesoro di San Gennaro del Duomo di Napoli, dall’Orchestra del Conservatorio “Domenico Cimarosa” di Avellino, diretta da Giuseppe Camerlingo (che del brano è uno dei massimi esperti, avendone curato la prima registrazione mondiale nel 2000), con la partecipazione di un quartetto vocale formato da Rosalba Eroico (soprano), Marina Esposito (contralto), Pasquale Tizzani (tenore) e Roberto Gaudino (basso).
La serata si è aperta con un interessante e dotto intervento di monsignor Vincenzo De Gregorio, che ha fatto gli onori di casa in qualità di Abate Prelato della Cappella del Tesoro di San Gennaro.
Nella sua disquisizione De Gregorio ha sottolineato il ruolo fondamentale della chiesa cattolica nel diffondere la musica in tutto l’Occidente e accoglierne le progressive novità lungo i secoli, soffermandosi poi sulla storia della nascita della Cappella del Tesoro, edificata nella prima metà del Cinquecento, a seguito di un voto dei fedeli (in realtà un vero e proprio contratto, stipulato alla presenza del notaio, fra il popolo e San Gennaro), che nel 1527 avevano implorato il patrono della città di porre fine alla guerra, all’epidemia di peste ed alle eruzioni molto violente del Vesuvio, ottenendo le grazie richieste.
Infine, ha voluto descrivere, per sommi capi, le opere d’arte che abbelliscono la Cappella, fra le quali si annoverano un busto in oro e argento di San Gennaro, risalente al 1307, al quale nel Settecento venne aggiunta una mitra (il tipico copricapo vescovile) contenente 3328 diamanti, 198 smeraldi e 168 rubini, realizzata dall’orafo Matteo Treglia, e i 51 busti in argento massiccio dei compatroni di Napoli.
In questo scenario spettacolare, caratterizzato anche da una buona acustica, l’Orchestra del Conservatorio “Domenico Cimarosa” di Avellino, ben guidata dal maestro Camerlingo, ha fornito una prova di elevato livello, evidenziando una sezione di archi molto compatta e fiati di notevole nitidezza, all’altezza del loro compito e mai preponderanti, per cui l’insieme appariva omogeneo ed equilibrato, con il risultato di limitare molto la tendenza operistica e salvaguardare i momenti di maggiore suggestione.
Bravi anche i quattro cantanti, con il duo formato dal soprano Rosalba Eroico e dal contralto Marina Esposito, apparso leggermente superiore a quello costituito dal tenore Pasquale Tizzani e dal basso Roberto Gaudino (si tratta di un giudizio personale che scaturisce dall’aver ascoltato innumerevoli volte lo Stabat pergolesiano, notoriamente privo di voci maschili).
Pubblico numerosissimo ed attento, che ha resistito piuttosto bene al caldo infernale della serata, dando prova di grande maturità e riuscendo addirittura a non applaudire fra un movimento e l’altro (cosa che accade quasi sempre quando si esegue lo Stabat Mater di Pergolesi).
Il merito di questo comportamento virtuoso va equamente suddiviso, a nostro parere, fra la particolare atmosfera di un luogo unico come la Cappella del Tesoro di San Gennaro, ed il carisma degli interpreti, questi ultimi protagonisti di un evento riuscitissimo, che ha omaggiato la Beata Vergine Addolorata, celebrando nel contempo l’ultimo grande musicista della scuola napoletana del Settecento.

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20 settembre, 2018 Posted by | Campania, Concerti, Conservatori di Musica, Conservatorio "D. Cimarosa", Italia, Musica, Musica classica, Napoli, Regioni | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Dal 13 al 16 settembre l’Orchestra del Conservatorio “Domenico Cimarosa” di Avellino propone lo “Stabat Mater” di Pergolesi, nella versione di Paisiello, ad Avellino, Montevergine e Napoli


Giovedì 13 settembre nel Duomo di Avellino (ore 20.30),  sabato 15 settembre nel Santuario di Montevergine (ore 20.30) e domenica 16 settembre nella Cappella del Tesoro di San Gennaro nel Duomo di Napoli (ore 19.30), l’Orchestra del Conservatorio “Domenico Cimarosa” di Avellino, diretta da Maestro Giuseppe Camerlingo, con la partecipazione dei solisti Rosalba Eroico (soprano), Marina Esposito (contralto), Pasquale Tizzani (tenore) e Roberto Gaudino (basso), propone lo Stabat Mater di Pergolesi nella versione di Giovanni Paisiello.

Domenica, 16 del corrente, nella Chiesa dell’Arcivescovado si celebrerà la festività dei dolori di Maria Vergine. La mattina, alle 10 ore di Francia, vi sarà messa cantata con musica del cavalier Paisiello, maestro di cappella della cattedrale. Sarà cantato in tale occasione lo “Stabat” dell’immortale Pergolese, a cui lo stesso Paisiello ha aggiunto alcuni istromenti da fiato, senza dipartirsi dall’originale dell’autore.
Corriere di Napoli n° 505 – Mercoledì 12 settembre 1810

Nel 1810, quando diede alle stampe ed eseguì nella cattedrale di Napoli una sua trascrizione dello Stabat Mater dell’immortale Pergolese, Giovanni Paisiello, nato a Taranto nel 1740, aveva alle spalle una lunga carriera internazionale e poteva considerarsi l’ultimo e acclamato testimone di una civiltà musicale napoletana che aveva conquistato l’Europa e il mondo intero.
Di questa gloriosa tradizione, Giambattista Pergolesi (Jesi 1710, Napoli 1736) era l’emblema, e la sua figura artistica era entrata nel mito immediatamente dopo la sua precoce morte.
Due erano le composizioni di Pergolesi che erano diventate popolari in una misura impensabile, in un’epoca che non conosceva ancora il concetto di repertorio in musica come lo intendiamo oggi: La serva padrona, nel genere teatrale buffo, e lo Stabat Mater, nella musica sacra.
Ricchissimo di immagini, banco di prova per gli effetti descrittivi che suggerisce, il testo latino dello Stabat, attribuito a Jacopone da Todi, è stato intonato da centinaia di musicisti fino ai nostri giorni.
Ma certamente quello di Pergolesi è il più celebre e il più eseguito.
Nessun’opera, quanto lo Stabat Mater di Pergolesi, subì tante riduzioni e tanti adattamenti, non solo da parte degli innumerevoli interpreti che, secondo le circostanze e le disponibilità materiali, lo eseguivano nelle chiese, nelle sale da concerto o in case private, ma anche per mano di altri compositori, che molto spesso ne alteravano la purezza.
E’ quanto mai opportuna quindi la precisazione quasi enfatica che Paisiello fa apporre sul frontespizio della sua edizione stampata a Parigi nel 1810: ..senza dipartirsi dell’originalità…
Precisazione che può farci sorridere oggi, visto che aggiungeva arbitrariamente gli strumenti a fiato, modificava alcuni assetti della tessitura degli archi, distribuiva alcune arie e duetti sulle voci di tenore e basso (assenti in Pergolesi) facendole poi cantare insieme al soprano e al contralto nell’Amen finale, modificava parzialmente alcuni frammenti delle melodie, inseriva indicazioni dinamiche, di fraseggio e di andamento assenti in Pergolesi, introduceva nuove figure d’accompagnamento.
Dunque si trattava di interventi che alteravano sensibilmente il testo pergolesiano, ma tuttavia senza tradirlo.
Dopo 74 anni (1736-1810) Paisiello rivendicava l’originalità dello Stabat Mater del Pergolese e di certo aveva tutta l’autorevolezza per farlo, per la sua collocazione storica, per il prestigio internazionale, ma soprattutto per la sua sensibilità profondamente consapevole nell’interpretare lo spirito della tradizione di cui faceva parte.
La maestria delicata nell’uso dei fiati gli assicurava la completa aderenza ai sentimenti espressi dalla musica di Pergolesi.
Valga come esempio la splendida orchestrazione del Quando corpus morietur con quei colori caleidoscopici sempre cangianti come i vetri di un rosone, che sembrano accompagnarci verso la “gloria del paradiso”.

Per la nostra generazione, educata al rispetto per il testo originale, doveroso a causa di tante inopportune e fuorvianti incrostazioni accumulatesi nei secoli, l’ascolto di questa trascrizione ci offre un’ottima opportunità di godere del capolavoro pergolesiano in una diversa prospettiva.
Per gli esecutori è una sfida perché obbliga ad un’interpretazione articolata su tre dimensioni diacroniche: noi-Pergolesi, noi-Paisiello, Paisiello-Pergolesi.
In ultima analisi, ci invita anche a superare il mito dell’ “Urtext” e a considerare un testo musicale non solo come testo statico e cristallizzato una volta per tutte dal compositore, da osservare come in una teca, ma anche come un organismo che vive nel tempo e pertanto sempre mutevole e dinamico.

6 settembre, 2018 Posted by | Agenda Eventi, Avellino, Campania, Concerti, Conservatori di Musica, Conservatorio "D. Cimarosa", Italia, Musica, Musica classica, Napoli, Regioni | , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Mercoledì 11 e giovedì 12 giugno due appuntamenti da non perdere al Conservatorio “D. Cimarosa” di Avellino

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Un appuntamento da non perdere quello in programma al Conservatorio Cimarosa per mercoledì 11 giugno, alle ore 17.30.
Si tratta di “Le Cinesi” di Christoph Willibald Gluck, un’opera che il musicista realizzò su libretto di Metastasio e che andò in scena per la prima volta nel 1754.
Marina Esposito è regista e protagonista nella parte di Lisinga; Raffaele Risi interpreterà Silango; Viviana Costabile vestirà i panni di Tangia; Silvia D’Errico sarà Sivene.
Narratrice sarà la professoressa Raffaella Palumbo, docente di Storia della Musica; la voce recitante sarà quella di Luigi Paolillo; il M° Ilario Nicotra, collaborerà al pianoforte.
La direzione è affidata a Pasquale Tizzani, ideatore dell’iniziativa, il quale ha pensato di omaggiare in questo modo la collaborazione del Conservatorio con le Università Cinesi e nello stesso tempo di celebrare il trecentesimo anniversario della nascita di Gluck.
In orchestra primi violini Armando Alfano e Davide Izzo; secondi violini:Vittorio Sbordone, Fiammetta Drammatico e Sonia Tramonto; viole Nicola Giordano e Valentina Grasso; violoncelli il prof. Silvano Fusco e Giulio Pascale; contrabbasso Giuseppe Grimaldi; oboi Andrea Costa e Santa Fezza; flauti Catello Coppola e Marco Saraceno; corni il prof. Roberto Civitella e Giovanni Aiezza.
La realizzazione dell’opera ha richiesto un adattamento dell’impianto scenico agli spazi e al pubblico cui viene rivolto, tenendo anche conto di una tempistica più moderna.
Anche i recitativi sono stati tradotti in prosa per aumentarne la comprensione e ridurre i tempi di svolgimento.
Inoltre, è stata introdotta la figura del narratore, che dà un valore didascalico alla rappresentazione accompagnando il pubblico all’ascolto della storia e della musica.

“Da un certo punto di vista– ha spiegato la regista – Metastasio in questa piccola opera ha riassunto tre stili di rappresentazione proponendone una successione gerarchica dettata dalle sue preferenze, per cui viene portata in scena prima la tragedia, poi la pastorale e, infine, la commedia, meno nobile, per Metastasio, perché ricorre alla presa in giro per divertire il pubblico. D’altro canto, vi viene anche rappresentato un modo di vivere orientale molto diverso da quello che alla metà del Settecento caratterizzava le grandi città europee, soprattutto per quel che riguarda la donna”.

La storia si sviluppa intorno alla necessità di alcune donne cinesi, appunto, di sfuggire alla noia quotidiana, cui le costringe l’impedimento di farsi vedere in pubblico.
Il ritrovarsi insieme per lasciarsi andare a fantasie sotto la guida della padrona di casa, Lisinga, da’ vita a una e vera e propria mascherata, resa più interessante dopo l’entrata imprevista nel circolo del fratello della padrona, Silango, con i suoi racconti sulla vita parigina.
Nella rappresentazione di tre quadretti scenici le ragazze calano la maschera rivelando sentimenti e desideri, fino a un epilogo che mette d’accordo tutti e che viene suggellato da un balletto, genere che, per Metastasio, non annoia, ma non offende nessuno.
Marina Esposito, che veste i panni di Lisinga, racconta di essersi impegnata molto per calarsi da soprano in questo ruolo che la costringe ad utilizzare il registro vocale da contralto, sperimentando in questo modo una diversa vocalità.
Nella preparazione dello spettacolo è stretta la collaborazione degli interpreti italiani con gli studenti cinesi, che stanno offrendo il loro irrinunciabile aiuto nella realizzazione dei costumi e nel trucco degli attori.
L’opera verrà rappresentata in Cina proprio da questi ragazzi, quando vi si recheranno dal 24 luglio al 4 agosto insieme al M° Pasquale Tizzani e al M° Ilario Nicotra, che selezioneranno gli allievi di canto che hanno fatto domanda di iscrizione per il prossimo anno al Cimarosa.

“Importantissima per la realizzazione di questo evento – spiega Tizzani – è stata la collaborazione con gli allievi di didattica e del corso di musica d’insieme senza i quali ciò non sarebbe stato possibile e dei colleghi che hanno fatto da supporto in orchestra. Un ringraziamento va anche alle colleghe di storia, di letteratura e di Italiano, per il certosino lavoro che stanno svolgendo con gli allievi stranieri, in particolare con i Cinesi, e anche alla professoressa Nietta Covino, dell’Associazione Marco Polo, che ha fatto da ponte tra gli allievi cinesi e il nostro Conservatorio e, ovviamente al direttore Carmine Santaniello per aver favorito questa ampia collaborazione tra discipline diverse all’interno dell’Istituto. E, come sempre, fondamentale è la continua assistenza del personale Ata, sempre disponibile a far sì che le cose vadano per il verso giusto”.

Ma già il giorno dopo la musica classica chiama alla seconda serata de “I Concerti Di Primavera” al Cimarosa – L’antica Musica e La Moderna Prattica.

Continua la rassegna “Concerti di Primavera” al Conservatorio Cimarosa.
Giovedì 12 Giugno 2014, alle ore 19.00, sarà la volta del concerto “L’antica Musica e La Moderna Prattica – Passeggiata Musicale dal ‘700 al ‘900” a cura delle classi di Musica da Camera dei maestri Pierfrancesco Borrelli e Massimo Testa.
Durante il concerto saranno eseguiti: Georg Philipp Telemann, Concerto in Fa, TWV 52:72, per Violino, Oboe, Archi e Continuo (Largo – Vivace – Andante) da Davide Izzo (violino solista) e Andrea Costa (oboe solista); Antonio Vivaldi – Concerto in Fa Mag, op. X N°1, per Flauto, Archi e Continuo “La Tempesta di Mare” (Allegro – Largo – Presto) da Catello Coppola (flauto solista); Manuel De Falla – “El Retablo De Maese Pedro”Adattamento Musicale e Scenico di un episodio da “El Ingenioso Caballero Don Quixote De La Mancha” di Miguel de Cervantes da Giuseppina Perna (El Trujamán – soprano), Antonio Gambino (Maese Pedro – tenore), Antonio Santaniello (Don Quijote – baritono), Massimo Testa – direttore.
Con la partecipazione di Luigi Gagliardi, Assistente alla direzione d’orchestra e Maestro collaboratore; Cristina Iorillo , Maestro collaboratore; Carlo Martiniello, Maestro collaboratore.
L’orchestra de “I Nuovi Cameristi Accademici” è formata da: Marco Saraceno – flauto e ottavino; Andrea Costa, Domenico Coppola – oboi; Roberto Stivali – corno inglese; Aldo Botta – clarinetto; Francesco Davide Salzano – fagotto; Roberto Civitella, Alessandro Consalvo – corni; Giovanni Aiezza – tromba; Antonio Izzo, Pellegrino Bosco, Nicola Pucci, Dimitri Severino –timpani e percussioni; Livia Guarino, Pierfrancesco Borrelli – cembalo; Elisa Greco – arpa; Venceslav Quadrini Ceaicovschi, Sonia Tramonto, Cristina Italia, Ambrosone, Armando Alfano, Angelo Cerrato, Lorenzo Colonna, Fiammetta Drammatico, Beatrice Stefania Gargiulo, Mariolina Grato, Davide Izzo, Antonella Nappi, Vittorio Sbordone– violini; Mattia Mennonna, Carmine Ruizzo – viole; Nazarena Ottaiano, Giulio Pascale – violoncelli; Giuseppe Grimaldi – contrabbasso.

Ufficio Stampa
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7 giugno, 2014 Posted by | Agenda Eventi, Avellino, Campania, Concerti, Conservatori di Musica, Conservatorio "D. Cimarosa", Italia, Musica, Musica classica, Musica da camera, Musica Lirica, Regioni | , , , , , , , , | Lascia un commento

   

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