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Taccuino personale di Francesco Canessa: MOZART ARRIVA COI BAMBINI

MOZART ARRIVA COI BAMBINI

L’autostrada viene giù dal Brennero e s’infila nella Valle dell’Inn, il fiume che scorre tra Germania e Austria, a sinistra le Alpi Bavaresi, a destra l’altra faccia delle Dolomiti, di un verde intenso e rassicurante, quanto rocciosa ed aspra è la nostra. I boschi secolari scendono da una parte e dall’altra, castelli e campanili fanno capolino, ogni tanto, dando coerenza al paesaggio del Tirolo, fermo nel tempo. Fin quando, passato Kufstein e avvicinandosi Erl, non appare una strana costruzione di cemento bianco a forma di vela, che sembra gonfiata tra gli alberi e si proietta verso la riva del fiume, tra una legnaia e un pascolo di mucche.

E’ un luogo di musica, vi si tiene d’estate un Festival ed accostandosi ci si domanda dove trovi il suo pubblico, visto che il centro abitato più vicino, che è appunto Erl, è fatto d’una chiesa, quattro case e una pompa di benzina. Ma quando c’è concerto o spettacolo, la risposta viene dalle colonne d’auto e pullman, in ordinatissimo avvicinamento da Innsbruck, da Kufstein, da Rosenheim, da Monaco,da Salisburgo. Il parcheggio obbligato – non c’è deroga manco per gli addetti ai lavori – è piuttosto lontano e se piove, il che accade assai spesso, è possibile ritirare al volo un ombrello in prestito da hostess bionde e sorridenti.

Il Festival si chiama Tirolerfestspiele e la vela nel bosco è il suo festspielehaus. La sala in declivio, d’aspetto spartano ma funzionale, è vastissima, sui suoi sedili si accomodano quasi duemila spettatori. Niente sipario, lo spazio scenico è a vista, la ribalta arriva a mezzo metro dalla prima fila, ed è quella su cui si fa spettacolo, l’orchestra è più indietro, distribuita su una tribuna che parte dall’alto e fa da fondale a quel che succede davanti, appena sfumata dietro un velatino trasparente di cangiante colore. In una tale situazione, la forma rappresentativa dovrebbe essere il demi-stage, ma il “demi” s’è subito consumato in favore d’un teatro tutto intero, cui lo scambio di posizioni nulla toglie alle sue capacità narrative, diventa anzi singolare ed efficace con gli attori-cantanti che recitano quasi tra le braccia del pubblico.

Il Tirolerfestspiele l’ha inventato dodici anni fa Gustav Kuhn (nella foto), che pur essendo salisburghese ha casa da quelle parti e vi si prodiga nel doppio ruolo di direttore d’orchestra e di regista. E che ha raccolto un successo crescente, tanto che si parla – fatto salvo Salisburgo – del Festival numero uno in terra d’Austria. Wagner per il teatro, Bruckner per il concerto e Richard Strauss a far da contorno per l’uno e per l’altro, sono gli autori prediletti che danno carattere e continuità ai programmi. Soltanto quest’anno è arrivato Mozart, tenuto in disparte anche per rispetto della casa madre Salisburgo, che è lì a due passi e che Wolfango se lo cucina a colazione, pranzo e cena.

Ma l’attesa è ripagata: l’opera è Il Flauto Magico, posta al centro di una operazione che disegna un modello di civiltà musicale talmente distante dalle nostre miserie, da destare meraviglia, oltre che ammirazione. I bambini delle scuole di prima fascia dell’intero Land del Tirolo hanno partecipato a un concorso che chiedeva di disegnare i personaggi del Flauto Magico così come essi li immaginavano. Ne sono arrivati a centinaia, tra Papagheni, Regine della notte, Sarastri e tutti gli altri e sono esposti in mostra lungo le pareti della sala. Scelti e accorpati i migliori e più coerenti, regista e costumista hanno realizzato lo spettacolo così come suggeriva la fantasia degli scolari. Una cinquantina dei quali –vincitori e non vincitori – sono stati chiamati a parteciparvi: infilati nelle loro tutine nere facevano da “servi di scena” portando ciascuno un pezzo di un gioco di costruzioni, una specie di “lego” in formato gigante, con cui costruivano quadro dopo quadro gli elementi delle scene.

E prendevano parte anche all’azione: buttati in terra l’uno sull’altro mimavano il drago che spaventa Tamino, più avanti gli animali della foresta richiamati dalla musica del flauto e prendevano in giro Monostato, danzando con lui al suono del glockenspiel. E ancora circondavano Tamino con le torce accese o con le brocche d’acqua per accompagnarlo nelle fatidiche prove. Fino a partecipare, anche se muovendo soltanto le labbra, al coro finale di letizia, seduti con le gambe penzoloni alla ribalta, dinanzi al pubblico.

Spettacolo tenero, coinvolgente con Kuhn regista degno dell’alloro per l’idea e per la sua realizzazione. Ed anche per la bacchetta, con cui riaffermava l’antica specializzazione mozartiana, riposta ma non deposta dinanzi agli ormai prediletti clangori wagneriani e postwagneriani. Tra i cantanti spiccava una Regina della Notte assolutamente strepitosa, il cui nome so scrivere, ma solo copiandolo con attenzione: Cigdem Soyarslan.

Francesco Canessa

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21 agosto, 2010 Posted by | Art, Arte, Austria, Cantanti, Canto, Cultura, Direttori d'orchestra, Francesco Canessa, Giornalisti, Gustav Kuhn, Music, Musica, Salisburgo, Tirolerfestspiele | , , | Lascia un commento

   

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