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comunicazione eventi di Musica Arte e Teatro

Venerdì 7 dicembre allo Spazio Kromìa inaugurazione della mostra “Soliloquio” di Ana Gloria Salvia

Courtesy Kromìa e l’Artista

Kromìa è lieta di presentare venerdì 7 dicembre, alle ore 19.00, negli spazi siti in via Diodato Lioy, 11 (adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli) “Soliloquio”, personale della fotografa Ana Gloria Salvia.

In mostra, numerose opere di piccolo formato dalla recente produzione dell’autrice.
Dettagli di fiori e piante, colti dall’obiettivo in sguardo ravvicinato e installati in un insieme generante polifonici rimandi estetici ed emotivi, aprono nuovi sensi al di là del dato botanico, verso il rinvenimento della sottile armonia empatica che tutto lega nell’Universo.

Direzione Artistica: Donatella Saccani
A cura di: Diana Gianquitto

AZAR / AZÂR
di Diana Gianquitto

Un alfabeto argenteo, una tavola magica, note musicali, uno spartito cadenzato in architettura e bellezza.

I segni sinergici di Ana Gloria Salvia ci interrogano, e solo a un secondo sguardo rivelano l’origine vegetale della loro natura.
Infatti, ben oltre la suggestione – pur presente – dell’erbario medievale ed enciclopedico, le volute palesate, le filigrane e venature delle epidermidi botaniche, le unicità morfologiche di ogni singolo essere naturale, dischiuse da uno sguardo ravvicinato, icastizzate su un buio profondo come un metafisico oceano primordiale, rilevate da riflessi lunari capaci di individuare a al contempo allontanare in una luce siderale senza tempo, finiscono per assolutizzarsi in una grammatica che defunzionalizza il dato pragmatico e attribuisce un nuovo linguaggio e senso.

Onirico, poetico, ma soprattutto filosofico.
Riposto, ma qui dispiegato in spartito visivo affinché risuoni per gli occhi di tutti.
C’è una telepatia sottile tra semi, petali, foglie delle piante rappresentate.
E siamo tirati dentro anche noi, in quelle sottili corrispondenze o contrappunti di segni, tra i quali siamo quasi chiamati a immaginare il nostro posto.
È qualcosa di più della semplice sinergia o empatia, e che partecipa della stessa forza con cui, intrinsecamente ma misteriosamente, le particelle costitutive dell’Universo si aggregavano e attraevano nell’atomismo greco.
Di più, è un’armonia matematica intesa come vera e propria archè o materia e legge primigenia del mondo, regola musicale pitagorica, forza dinamica vivente di una natura ilozoista che ha per sé e in se stessa scintilla generatrice, movimento e anima.

Anima. Per l’artista, “l’anima è il diapason che permette di accordarci con ciò che noi chiamiamo caso o coincidenza, e che in realtà altro non è che un incontro e una comunicazione tra le parti dell’Universo, che trasforma il caos in armonia e architettura per la continuità della vita”.
Una visione razionale dell’anima, ma di una razionalità quantica.
Che, come in quantistica, rinviene organizzazione e senso dall’apparente disordine, allo stesso modo in cui le ferme direttrici verticali e orizzontali nella griglia visiva dell’exhibit ne riassorbono in centratura, interiore e percettiva, le ritmate variazioni formali.
Centratura e auto-posizionamento empatico evocati inoltre dalle cinque opere assiali, che dal basso verso l’altro alludono – in forma e posizione – ai primi cinque chakra, proprio perché senza prima un propedeutico soliloquio armonico con se stessi, nessuna comunicazione è mai possibile con l’altro da sé.
Un diapason costituito da una capacità matematica e musicale innata per ogni essere vivente, ma che la società attuale ha tutto l’interesse ad addormentare, temendone la sensibilità.
Ed ecco come, anche con i fiori, si può fare politica. Muta ma eloquente, come delicato ma penetrante è agli occhi l’alfabeto floreale sovversivamente decriptatoci dall’artista.
Che, al solo contatto visivo, è capace di riallinearci con l’Universo comunicativo nel quale viviamo e con il suo principio vitale.
Non a caso, forse, nell’aspetto così simile a rayografie: quelle impressioni dirette dal mondo su carta fotografica che lo stesso Man Ray definiva “organismi viventi” derivanti da momenti di “contatto emozionale”.

Un living theatre di anime floreali messe a nudo. Riverberante la prima formazione della fotografa, avvenuta in ambito teatrale. Del resto, il teatro è strettamente connesso alla luce, che tanto sulla scena quanto nell’obiettivo fotografico “seleziona le cose in armonia, come una scrittura e traduzione di ciò che vedi, semplificando senza perdere profondità”.
E se presentare le cose in armonia è proprio anche della poesia, “che è unione di musica e immagine”, ogni fotografia è anche poema. E metafora, e aforisma. Solo, scanditi con l’immediatezza di una visione, che comunica direttamente.
Esattamente come l’intuizione, l’empatia e la telepatia, linguaggi ancestrali che fanno a meno di parole, al centro da sempre della riflessione dell’artista.
Come nella sua tavola botanica, la ricerca dell’autrice è dunque un’operazione profondamente semantica, protesa – forse anche in virtù della propria biografia cosmopolita – alla scoperta dell’essenza dei segni e delle sinergie comunicative, trasversalmente in ogni arte e cultura, e in definitiva in tutte le comunicazioni ed energie, non solo umane.
“Tutto è segno, e il segno è comunicazione, e quindi empatia”.

Che, col diapason dell’anima in ascolto di sincronicità post-junghiane dell’autrice, ritrova nell’infinito magma dei casi della vita il suo senso.
E anche voi, se qui vi ritrovate ad accordare occhi, percezioni e cuore sul suo alfabeto visivo, sarete stati qui portati, a leggere e osservare, da quell’imperscrutabile e infallibile armonia universale per cui, come nota Ana Gloria Salvia, azar, che in spagnolo vuol dire caso, in persiano si colora della musicalissima timbrica dell’accento di azâr, ed è legato al numero nove.
Secondo l’antichissima sapienza numerologica pitagorica, il numero dell’amore universale, che di certo è alla base di ogni incontro*.

*Signos sinérgicos, per una ermeneutica semplificata dell’amore, è anche il nome della ricerca sperimentale che l’artista conduce attraverso la serie.

Spazio Kromìa 
via Diodato Lioy, 11
(adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli)

Info:
08119569381
3315746966
info@kromia.net
www.kromia.net

Orari di apertura (verificare via telefono):
lun/merc/ven 10.30-13.30 e 16.30-19.30
mar/giov/sab 10.30-13.30

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17 novembre, 2018 Posted by | Agenda Eventi, Campania, Fotografia, Italia, Napoli, Regioni | , , , | Lascia un commento

Venerdì 11 maggio allo Spazio Kromìa inaugurazione della mostra “In your hands” di Giampiero Assumma

Courtesy Kromia e l’Artista

Kromìa è lieta di presentare venerdì 11 maggio, alle ore 19.00, negli spazi siti in via Diodato Lioy, 11 (adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli) “In your hands”, personale del fotografo Giampiero Assumma.

In mostra, opere di medio e grande formato dalla recente produzione dell’autore.
Rinvenendo un percorso visivo unificante tra alcuni suoi scatti catturanti dei gesti, si delinea un itinerario enigmatico alla scoperta di atmosfere e protagonisti senza volto, ma ritratti ancor più intensamente dalle loro sole mani.

Direzione Artistica: Donatella Saccani
A cura di: Diana Gianquitto

In your hands
di Diana Gianquitto

Tentacolare, una forma composita emerge dal buio.
Affiora, come da abissi.
Dea Kālī dalle molte braccia, il display di In your hands di Giampiero Assumma si compone di molte vite e tanti esseri, ciascuno ritratto nelle sue mani.
Pure, sofferte, enigmatiche, accoglienti, respingenti, suadenti.
Quasi memorie da altre esistenze, mille episodi si compongono in un’unica entità, in una samsara circolare di rinascita e morte.
E talora, come nel corpo centrale da cui si dipartono, che poi sono due corpi fusi in uno, in un labirintico gioco di relazione, potere ed energie, davvero non è facile intuire i confini dell’uno e dell’altro, e di cosa sia purificazione, e cosa distruzione.
E così, la sciarada danzata di gesti fusi e trasmutanti l’uno nell’altro finisce per divenire espressione perfetta di ciò che per Giampiero Assumma è la fotografia: parafrasando Alejandro Jodorowsky, “una danza con la realtà”.
Lì dove la “realtà” è intesa in senso ampio, come costante interpretazione di ciò che vediamo.
In un incontro tra onirico e vero capace di fondere continuamente i due livelli, e in cui il rischiaramento dell’oggettivo deriva dalla trasmutazione e trasposizione che inconscio e immaginazione operano su di esso.
Proprio come in una danza in cui, perdendo i confini della propria identità e tra il sé e l’esterno, a un certo punto ci si fonde con l’altro: “non vi è separazione col reale, ma si cerca di entrarvi dentro, ed entrandovi si rinviene anche ciò che è dentro di noi, nel silenzio di un inconscio barthesiano”.
Ma per far ciò, secondo l’autore, “è necessario astrarre anche se stessi, in una continua destrutturazione, possibile solo se ci si libera della camicia di forza della realtà”.
Del resto, già per Adorno “l’arte è magia liberata dalla menzogna di essere verità”.
Non è assenza, tuttavia, l’astrazione da sé di Assumma, ma al contrario presenza ancor più piena, che allinea percezione del vero e di sé in un ascolto empatico che sa essere non passivo, ma trasformativo: si crea una “relazione visiva, tra fotografo e fotografato”, che come in un passo a due produce continui, impercettibili adattamenti dell’uno sull’altro, connette soggetto e oggetto del fotografare in quell’unica massa energetica junghiana cui tutti apparteniamo, consentendo dunque il disvelamento della verità.
Conoscere l’altro, infatti, è semplicemente conoscere un’altra parte di sé, visto che nella sensibilità animistica dell’artista “non facciamo che cercare di cogliere altri aspetti di un’unica grande anima, l’anima del mondo di cui facciamo parte anche noi, e di cui anche grazie alla fotografia cerchiamo di scoprire il mistero. Attraverso le forme che esso prende, che si fondono le une con le altre.”
Ecco quindi come, in un tronco su cui si adagia una mano, si può forse, per via della consapevolezza dischiusa da inconscio e immaginazione, intravedere un corpo femminile, novella Dafne o compagna delle donne-albero dell’Aurora di Paul Delvaux, non a caso assimilabili anche per la sarabanda di gesti in cerchio, tutti diversi.
Con una sineddoche karmica che evidenzia la parte per il tutto, in un’esistenza individuale è possibile leggere tutte le forme di vita, così come tra le sue sole mani si può racchiuderne tutto il ritratto.
Mani di persone che hanno vissuto, e fatto esperienza, le cui rughe contengono gli anni come gli anelli degli alberi, o mani eburnee, levigate come marmi, non ancora segnati dal tracciato del vento sulle rocce.
Depurati dagli addentellati con la realtà e dal contesto situazionale, abiti, cieli, stanze vissuti da queste mani divengono sfondi vuoti su cui, come su una tela, si staglia il pieno dei gesti, ritmando i chiari e gli scuri in abbinamento con riempimento e svuotamento, non in rigida associazione, ma in continuo slittamento e alternanza di corrispondenza.
Accordandoli però sull’unica modulazione tonale di una luce trascorrente e mobile, rivelatrice più che simbolica, plasmata dai tempi di esposizione in molteplici esplorazioni ma sempre elemento strutturante delle atmosfere visive e, soprattutto, emotive e di senso: “la metafisica è tutta nella luce, è essa che parla delle forme, che delinea e sottrae. Siamo noi che dialoghiamo con la luce e le diamo dei significati, che non subiamo ma riceviamo, in comunicazione interna con la nostra individualità, sviluppando gradazioni che creano un linguaggio autonomo”.
Così come una è la scintilla luminosa che accende, passa e trascorre, di mano in mano, tra le esistenze dalla mille gradazioni dei personaggi dell’artista.

Spazio Kromìa 
via Diodato Lioy, 11
(adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli)

Info:
08119569381
3315746966
info@kromia.net
www.kromia.net

Orari di apertura (verificare via telefono):
lun/merc/ven 10.30-13.30 e 16.30-19.30
mar/giov/sab 10.30-13.30

6 maggio, 2018 Posted by | Agenda Eventi, Campania, Fotografia, Italia, Napoli, Regioni | , , , | Lascia un commento

Venerdì 23 marzo allo Spazio Kromìa inaugurazione della mostra “Paradiso Doppioesposto” di Majid Modir

Courtesy Kromia e l’Artista

Kromìa è lieta di presentare venerdì 23 marzo, alle ore 19.00, negli spazi siti in via Diodato Lioy, 11 (adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli) Paradiso Doppioesposto, personale dell’artista e fotografo Majid Modir (Iran, 1961).

In mostra, opere dalla recente produzione dell’autore.
Sperimentando attraverso la sovrapposizione di fotografie diverse le possibilità del medium, l’autore ottiene immagini visionarie e ammalianti, che con libere assonanze e risonanze spalancano nuove possibilità di significato su volti, luoghi e oggetti catturati.

Direzione Artistica: Donatella Saccani
A cura di: Diana Gianquitto

Paradiso Doppioesposto
Una collezione di fotografia artistica
di Majid Modir, 2016

“La mia prima esperienza fotografica fu apparentemente un fiasco quando scoprimmo che la camera instamatic regalatami per il compleanno era difettosa, il rullino non scorreva e così tutte le 12 foto che avevo scattato rimasero attaccate l’una all’altra! Avevo 12 anni e già in quel periodo, nonostante il dissenso di tutti, trovai che quelle foto scadenti, strane e scure avessero senza dubbio qualcosa di interessante da offrire. Gli esperimenti che derivarono da quell’esperienza involontaria di sovrapposizione sono continuati fino ad oggi e ancora oggi sono affascinato dal segreto immanente che queste immagini nascondono, componendosi di vari strati di informazioni dando vita ad una composizione straordinariamente complessa. Negli anni la tecnologia legata alla sovrapposizione di immagini è stata sviluppata e quel senso di enigmatico persiste.”
“Il mio lungo percorso fotografico ha dato vita a due mostre dallo stesso titolo in cui sono state esposte opere diverse che fanno parte di questa collezione. Nessuna di queste immagini è stata manipolata o tagliata e incollata per essere poi ricomposta, ognuna altresì prende vita da due o tre fotografie sovrapposte con cura l’una all’altra. L’idea dietro queste immagini è la ricerca del Paradiso promesso, quella ‘bellezza’ che credo non sia necessariamente lontana da noi o addirittura in un’altra vita, ma semplicemente esiste qui e ora, fuori dalla nostra finestra o dietro l’angolo. Credo che abbiamo solo bisogno di rimanere in ascolto e respirare, chiudere i nostri occhi e dare forma a ‘strati di impressioni’ dentro di noi.”

Over-Reality
di Diana Gianquitto, 2018

Luce e aria. Respirarle profondamente, per farle scendere dagli occhi nei polmoni.
Questo, ciò che sente il corpo innanzi alle libere visioni doppie di Majid Modir.
Liberazione: dall’obbligo di dover assegnare necessariamente a un contesto situazionale quel complesso di segni da noi chiamato immagine, verso il concedere fiducia e valore alle proprie sensazioni allargate.
Qualcosa che va oltre il senso del surreale di André Breton, come realtà superiore in cui conciliare veglia e sogno, e anche oltre il significato contemporaneo di augmented reality, dimensione virtuale che partecipa e del mondo naturale, dal quale scaturisce, e di quello digitale, nel quale avverare eventi ed esperienze oltre i limiti corporei umani.
L’arte di Modir è over-reality: una realtà al di sopra dell’altra, due immagini entrambe reali che però sono sovrapposte dando vita a una terza visione.
In sintesi d’incanto e autonomia, accostando con libertà logica ambiti e contesti apparentemente lontani, ma che per qualche assonanza intima o formale rivelano un sotterranea malia e complicità rivelatrice.
Tuttavia, non si tratta solo dell’automatismo psichico bretoniano o dell’accostamento inconsueto di Lautréamont in un contesto estraneo a entrambi gli elementi – «bello come l’incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio» – ampiamente ripreso da Max Ernst, né di deformazione espressionistica e irreale, tutte modalità surrealistiche di svincolamento dell’inconscio.
L’over-realtà di Modir è figlia della pelle prensile e tecnologica della fotografia, capace di registrare due volte il mondo in uno stesso spazio – la porzione di pellicola che per un involontario errore rimaneva esposta alla scrittura della luce nella prima camera instamatic dell’artista.
In maquette e trasposizione artistica, quello spazio comune di pellicola, che spalancava enigmi, è divenuto oggi unico spazio di visione in cui esprimere con doppia immagine e duplice profondità il mondo, sulla pelle prensile stavolta delle proprie percezioni allargate.
Non nell’onirico, o nel surreale, ma nella contemplazione. Una dimensione di registrazione percettiva espansa per cogliere meglio – paradossalmente proprio dalla proiezione di un’immagine apparentemente incongruente sull’altra – quella verità latente di un luogo, un viso o un oggetto che solo la liberazione emotiva ed empatica di associazioni e risonanze può svelare.
A opera di un olos corpo-anima, liberatosi finalmente, come nelle parole dell’autore, nel «rimanere in ascolto e respirare, chiudere i nostri occhi e dare forma a ‘strati di impressioni’ dentro di noi».
Una terza superiore visione da due immagini, dal terzo occhio dell’arte.

Spazio Kromìa 
via Diodato Lioy, 11
(adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli)

Info:
08119569381
3315746966
info@kromia.net
www.kromia.net

Orari di apertura (verificare via telefono):
lun/merc/ven 10.30-13.30 e 16.30-19.30
mar/giov/sab 10.30-13.30

17 marzo, 2018 Posted by | Agenda Eventi, Campania, Fotografia, Italia, Napoli | , , , | Lascia un commento

Dal 14 dicembre 2017 al 7 gennaio 2018 Spazio Kromìa, in collaborazione con il Riot Laundry Bar, propone la mostra “Felici dentro: Maradona per Castanò”

Franco Castanò – Diego Armando Maradona – C.sy Kromìa e Archivio Pressphoto

Giovedì 14 dicembre 2017, alle ore 19.00, Kromìa è lieta di presentare, presso il Riot Laundry Bar (via Kerbaker, 19 – Napoli Vomero), “Felici dentro: Maradona per Castanò”, mostra personale di omaggio al fotoreporter Franco Castanò prematuramente scomparso nel 2014.

Nel corso della serata inaugurale, dj-set di Maradona Sound System.

In mostra, sei opere fotografiche di medio formato in bianco e nero di Franco Castanò, titolare per anni dell’agenzia fotogiornalistica Pressphoto attiva dagli anni ‘70, l’uno e l’altra tra i principali e più acuti testimoni della cronaca della città partenopea e della storia del Calcio Napoli.

In scatti indimenticabili, l’icona di Maradona si rivela persona e mito attraverso lo sguardo unico dell’autore.

Direzione Artistica: Donatella Saccani
A cura di: Diana Gianquitto

Al termine della mostra, le opere resteranno in vendita, oltre che presso Spazio Kromìa, anche presso Riot Laundry Bar.

L’evento si inserisce infatti nel progetto di collaborazione di Kromìa con Riot Laundry Bar, spazio di creatività e incontro trasversale in piena linea con la mission Kromìa di allargamento della fruizione artistica e dell’espressione fotografica.
La mostra è anche quindi occasione per Kromìa di arricchire, in espansione dell’attività della sua sede storica di via Diodato Lioy, il suo corner espositivo e di vendita – dedicato in particolare a opere di piccolo formato in gift box – presso Riot Laundry Bar.

Franco e Diego
(nota critica di Diana Gianquitto)

“Se non sono felice dentro, non riesco a essere un campione” (D. A. Maradona)

Ebbrezza.
La folla è un’arena, i cori un unico corpo. Il Divo Diego avanza, con fare quasi timido, subito sciolto in un abbraccio istintivo. Quello che non sai nemmeno perché, ma avvolge da subito le grandi storie d’amore, come l’immediato riconoscersi l’uno nell’altra del più vulcanico fantasista della storia con Partenope, che la fantasia ce l’ha da sempre avuta ogni giorno nel vivere e resistere, nonostante i suoi molteplici martirii. Così come ha bruciante, in quel caldo luglio del 1984 in cui Maradona viene presentato al San Paolo – ancora troppo vicino alle macerie del novembre di quattro anni prima – la voglia di risorgere alla dignità e alla gioia dopo il devastante terremoto. E la rinascita dell’orgoglio di un popolo può passare anche da un campo verde. Lo saluterà il giovane argentino, dopo l’emozione iniziale e alla fine di quel pomeriggio, riempiendolo di baci, e sapendo che la festa e l’amore sarebbero solo iniziati, in quel momento. E ne diventerà, di quel prato e di tutta la città che ogni domenica vi riversava il proprio pensiero, il simbolo, il terapeuta, il sogno di rialzarsi.

Dietro di lui c’è un fotografo, un testimone, un uomo, che guarda da uomo e da solo a solo – nell’anfiteatro incombente che di migliaia di corpi ne fa uno – quello che già era stato incoronato Re del calcio: Franco Castanò, titolare della storica agenzia fotogiornalistica Pressphoto, una delle più attive che Napoli e il Meridione abbiano mai avuto. Sceglie prospettive alle spalle, laterali, inaspettatamente intime, Castanò. Entra nelle pieghe di quegli occhi ancora fanciulli, e forse proprio per questo già ardenti, del campione che non ha mai dimenticato di voler essere, semplicemente, quel ragazzo che si diverte troppo a tirar calci e che un giorno era stato scoperto talento nella sua città natale. Il fotografo lo segue nelle esultazioni, bizzarrie, gestualità e sospensioni spontanee, cercando e trovando la persona nell’icona. E nel coglierne i capelli al vento, in un istintivo rovesciare la testa, lo staglia anche contro un background sfocato e abbacinato – quasi gotico sfondo sacrale fatto metà di cielo, metà di folla di tifosi/fedeli – rivelandone la doppia natura di uomo e di mito.

Perché Franco era così: solare e generoso, fotoreporter che non dimenticava mai, un po’ come l’asso argentino, che il suo lavoro l’aveva scelto perché lo rendeva felice, così come mai tralasciava di cercare, anche nei più scottanti fatti di cronaca, l’umanità – e non la strumentalizzazione morbosa – di una storia. E quella storia d’amore là, tra un ragazzo e il suo mare di sguardi, quel giorno e per molti anni ancora dopo, Castanò l’ha sempre guardata negli occhi, dalla sua camera, puntando l’obiettivo e il cuore verso Maradona come se fossero soli. Così come a ciascuno e uno a uno quel campione, che per tutti sarebbe diventato semplicemente Diego, tirava baci quel giorno.

Info:
Spazio Kromìa
Napoli, via Diodato Lioy 11 (piazza Monteoliveto)
08119569381
3315746966
info@kromia.net
www.kromia.net

Orari di apertura (verificare via telefono):
lun/merc/ven 10.30-13.30 e 16.30-19.30
mar/giov/sab 10.30-13.30

Riot Laundry Bar
Napoli, via Kerbaker 19 (Vomero)
08119578491
https://it-it.facebook.com/riotlaundrybarandclothes/

Orari di apertura Riot Laundry Bar:
lun-ven 10.00-14.00 e 16.00-2.00
sab 8.00-2.30
dom 18.00-2.00

8 dicembre, 2017 Posted by | Agenda Eventi, Campania, Fotografia, Italia, Napoli, Regioni | , , , , , , | Lascia un commento

Sabato 2 dicembre allo Spazio Kromìa inaugurazione della mostra “Far away from the eyes” di Salvatore Castaldo

Courtesy Kromia e l’Artista

Kromìa è lieta di presentare “Far away from the eyes”, personale dell’artista Salvatore Castaldo

In mostra quindici opere fotografiche di medio formato in bianco e nero dalla più recente ricerca dell’autore.
In continui slittamenti e riconoscimenti di senso, immagini di sculture divengono entità emozionali e verità riposte, in un allestimento a griglia che potenzia arditi tagli compositivi, accostamenti illuminanti e ritmica chiaroscurale.

Direzione Artistica: Donatella Saccani
A cura di: Diana Gianquitto

Lontano dagli occhi
(nota critica di Diana Gianquitto)

Fotosofia.
Ectoplasmi di luce nell’ombra, apparizioni galleggianti dal fondo. Lucidità inaspettata, rivelatrice. Indefinitezza sommessa di sfumati, pittorici come sussurri.
Il vedere fotografico di Salvatore Castaldo è conoscere. Sospeso tra brume sfocate che occultano il pedissequo dischiarando il senso emotivo, e inattesi tagli e dettagli arditi, abbacinanti come illuminazioni.
Memore della constatazione di Paul Valery, secondo il quale solo la fotografia era riuscita a svelare dinamiche – come il movimento – fino ad allora oscure, anche per Castaldo la camera apre un atto gnoseologico, e di sensazione corporea insieme, che ha a che fare con la conoscenza.
Ma il conoscere della poesia, diretto, immediato, spontaneo, intuitivo e non cerebrale.

In particolare, per il fotografo l’obiettivo è risveglio, capacità di andare oltre la visione, oltre la mera registrazione meccanica del reale, e verso piuttosto il valore che lo stesso Valery tributava all’emergere lento dell’immagine dal negativo fotografico, che diviene quasi alter ego dell’affiorare della memoria e della coscienza, fino a tangere la funzione rivelatrice dei lati riposti del reale che il poeta francese attribuiva alla letteratura.

Fotografia e letteratura. Castaldo inizia a fotografare, da scrittore, quando sente di aver bisogno di altra grammatica e dinamica espressiva.
Gli sfrangiamenti di luce e di ombra, le improvvise illuminazioni, il filtro della lente che interdice eppure disvela il contatto diretto con la natura divengono il suo nuovo tessuto linguistico: ulteriore dimensione per parole che chiedono di uscire sotto forma di visioni.

Semplici, ma potenti. «Ogni visionarietà è semplice» (cit. Salvatore Castaldo), scivola dalle parole degli occhi dell’artista, e trasforma ciascuna rivelazione in un’estasi, lontana da ogni onanismo.
«Non faccio fotografie, ma faccio “Della fotografia”». E ancora, «il mio lavoro non è uniforme, ma multi-forme»: come nelle parole dell’autore, il suo atto fotografico è un inseguimento, al di là della contingenza dello scatto, del senso stesso del medium e dell’essenza, seppur fugace, oltre il vedere superficiale indotto dall’odierna sovresposizione alle immagini.

Un’esperienza di intensità e profondità visiva catturata come radiazione luministica così pulsante che, non a caso, nella fruizione dell’arte di Castaldo si è inevitabilmente irretiti dal tessuto di ritmico cadenzamento di ombre liquide e improvvisi abbagliamenti di luce che sembrano imprimersi direttamente dall’energia del soggetto.
E di nuovo si torna al Valery ricordato da Vittorio Magrelli: «il privilegio della fotografia risiede infatti in un’immediata aderenza ai dati dell’oggetto ritratto: calco della luce, emulsione diretta dell’oggetto. (…) La sua superficie riproduce il reale come quella liquida riflette Narciso».
Ma anche, negli improvvisi raggrumamenti e vortici di pathos emergenti dal fondale oscuro, ai volti drammaticamente affioranti dal buio caravaggesco delle “Sette opere di Misericordia”, inevitabile sedimentazione nella memoria partenopea dell’autore.

Visi, sguardi, epidermidi intensamente teatrali, come quelli di marmo e bronzo nelle opere di Castaldo, per il quale in esse «ciò a cui si assiste è una tragedia greca», ricordando con Roland Barthes che «non è attraverso la Pittura che la fotografia perviene all’arte, bensì attraverso il teatro».
Ed ecco che le pietrificazioni narrative ed emotive di altri artisti del passato divengono nodi d’azione e pause sceniche di distensione, gesti, attimi, un punctum emozionale e filosofico tanto più vero quanto momentaneo ed evanescente, e quindi permanentemente autentico nel suo respirante vibrare e mutare.

E infatti, anche la griglia in cui Salvatore Castaldo formalizza le sue immagini è contrappunto ricco di pathos, appunto, caravaggesco e teatrale, un’architettura e stesura di note visive che ricerca direttrici compositive ampie e non globulari, secondo acute e audaci tensioni diagonali e concentrazioni drammatiche agli angoli, intervallate da panneggi barocchi di bianchi, depurate in intervalli di più classiche suggestioni, ed equilibrate al centro da assialità egittizzanti.

Scritture e teatri di luce e sofia fotografica, in una partitura di bianchi e neri potenziante rimbalzi e rimbombi interiori e sostenuta secondo una modulazione perpetua attorno a paradossi visivi e sensoriali, etica della bellezza ed emulsione energetica dal mondo.
Far away from the eyes, sulla strada della poesia.

Info:
08119569381
3315746966
info@kromia.net
www.kromia.net

Orari di apertura (verificare via telefono):
lun/merc/ven 10.30-13.30 e 16.30-19.30
mar/giov/sab 10.30-13.30

17 novembre, 2017 Posted by | Agenda Eventi, Campania, Fotografia, Italia, Napoli, Regioni | , , , | Lascia un commento

Venerdì 6 ottobre allo Spazio Kromìa inaugurazione della mostra “Concerto essenziale di terra e di cielo”, personale napoletana dell’artista e fotografo Marco Iannaccone/Scarlet Lovejoy

Courtesy Kromia e l’Artista

Kromìa è lieta di presentare “Concerto essenziale di terra e di cielo”, personale napoletana dell’artista e fotografo Marco Iannaccone/Scarlet Lovejoy.

In mostra, cinque opere fotografiche di medio formato dalla serie “Concerto essenziale di terra e di cielo”, scattate nella valle dell’Engadina in cui visse e creò, a fine Ottocento, il pittore divisionista Giovanni Segantini.
Distanti dall’essere mera fotografia di paesaggio, le visioni di Marco Iannaccone/Scarlet Lovejoy sono icastizzazione di un luogo e modalità dell’anima di riallineamento energetico, e al tempo stesso viaggio reale e metaforico alle fonti della creatività e del linguaggio non solo di Segantini ma dell’arte tutta, indagati attraverso un modulo formale ripetuto che da cornice si fa codice segnico, e contemporaneamente abbraccio emotivo.

Luci dei miei occhi
(nota critica di Diana Gianquitto)

Il culto della luce. Orchestrato nel tempio di una natura rigeneratrice. Attraverso la grammatica, oggi talora scandalosa, del bello e del sublime. Ma attraverso la ricostruzione, in senso letterale, di uno sguardo, che si fa interno ed esterno contemporaneamente.
La genesi degli scatti paesistici di Marco Iannaccone/Scarlet Lovejoy è indissolubilmente legata, in senso non aneddotico ma profondamente spirituale, all’intima dinamica estetica che li muove.
L’esigenza, improvvisamente percepita nella sua potenza in un momento di vissuto particolarmente intenso dell’artista, di un attimo di raccoglimento, di riallineamento energetico nel quale ritrovare identità e struttura delle proprie forze, viene risvegliata e al tempo stesso confortata dal contatto, durante un viaggio, con l’ammaliante natura rigeneratrice dell’Engadina, che già ospitò e nutrì la vicenda artistica di Giovanni Segantini.
Dimensione panica che però, nel caso di Iannaccone, viene assimilata attraverso un filtro intimamente percettivo, una camera oscura di silenzio, contemplazione, ascolto e riordinamento, che da mood atmosferico e creativo si fa vero e proprio modulo formale, fortemente caratterizzante l’intera serie, nell’ovale nero che incornicia le vedute.
Così, in un viaggio reale e – in continuo slittamento di livelli – metaforico, la ricerca delle fonti e dei luoghi della creatività del grande pittore divisionista diviene più intimamente accostamento alla sua forte energia e presenza spirituale, al suo timbro sacrale, al suo panteismo, necessari al momento biografico particolarmente incisivo dell’autore, ma in senso più allargato anche viatico di riflessione sul motore stesso di ogni fare ed essere arte.
Ed ecco dunque che i filamenti di luce aurea, i colori puri, cangianti, iridescenti, e le misteriose atmosfere luministiche della ricerca divisionista di Segantini – a loro volta modo per staccarsi dalla pedissequa rappresentazione di una natura di cui si vuole invece mostrare la profondità come allegoria e simbolo di vita, nascita, trasformazione e morte – divengono in Iannaccone riflessi dorati e contrasti mozzafiato di chiarore e oscurità, modulanti in un “Concerto essenziale di terra e di cielo”*, ora la maestosità di un infinito più vicino al sublime romantico, ora scorci di familiarità agreste più prossima.
Su tutto, l’aleggiare rassicurante e materno, pur nelle sue declinazioni più grandiose, dell’Alma Mater Natura, del legame profondo dell’uomo con essa, forza primigenia particolarmente amata e avvertita dall’artista, ancor più dopo gli esiziali avvenimenti dell’ultima e dolente attualità dell’area vesuviana. Ciò che abbiamo, e ciò che potremmo perdere.
Ed è appunto quasi in abbraccio protettivo di questo esterno – che di noi stessi è anche genitrice e culla – così come, contemporaneamente, di un’intimità necessitante di balsamo, che si curva la cornice attorno ai paesaggi: un nero che non è buio ma ristoro, e focalizzazione, presa di fiato; un ovale che si fa occhio, sguardo interno ed esterno contemporaneamente, bilanciamento di osservazione e premura interne, verso il sé, ed esterne, verso l’altro; un modulo gestaltico e insieme metalinguistico che inquadra l’oggetto d’interesse, esalta e coscientizza le composizioni prospettiche e direttrici lineari e unifica la diversità delle visioni, nel loro ritmo alternato di orizzonti infiniti spezzati da cunei montuosi; un oculo simbolo dell’atto del vedere e della camera fotografica, e al tempo stesso attribuente incredibile pittoricismo alle immagini; e infine, segno forte culturale attraverso la storia dell’arte di tutte le epoche, a partire dai ritratti di cubicula pompeiani inscritti in cerchi e dalle cornici istoriate delle miniature medievali, fino al michelangiolesco Tondo Doni, ai dipinti fiamminghi di Bruegel o Bosch e, più avanti, alle ellissi liberty, all’illustrazione, al rettangolo lobato di Segantini stesso in L’Angelo della Vita o al Luca Maria Patella di Rubedo a Montefolle.
Mille oculi/occhi d’arte per mille immagini di una sola natura; la stessa che nelle visioni di Marco Iannaccone, a umani assenti o solo evocati da panchine e vele timidamente sperdute, o affacciati come novelli viandanti friederichiani su infiniti mari di nebbia, vuol ricordare di ritrovarsi, e non rovinarsi, per i dirupi della propria immensità; la stessa che riluce dagli occhi dell’arte o dell’uomo in ogni sguardo autentico, verso il sé o verso l’altro.

(*) “Concerto essenziale di terra e di cielo” è felice espressione critica di Nino Barbantini sulla pittura di Segantini nel suo Giovanni Segantini, 1926.

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25 settembre, 2017 Posted by | Agenda Eventi, Arte, Campania, Fotografia, Italia, Napoli, Regioni | , , | Lascia un commento

Venerdì 17 marzo allo Spazio Kromìa di Napoli inaugurazione di “Noi Vivi” personale di Roberta Basile

Roberta Basile - Courtesy Kromìa e Kontrolab

Roberta Basile – Courtesy Kromìa e Kontrolab

Venerdì 17 marzo, alle ore 19.00, presso Spazio Kromìa (via Diodato Lioy 11, adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli), inaugurazione di “Noi Vivi”, personale napoletana di Roberta Basile.

In mostra, cinque opere fotografiche di grande formato dalla sua nuova serie, premiata al Festival Corigliano Calabro 2016.

Un reportage di trascinante respiro su una Napoli ancora – e nonostante tutto, sempre di più – in vita e resiliente, innanzi alle grandi sfide della contemporaneità come integrazione, globalizzazione, fenomeni mediatici.
Forte del suo essere patria di deflagrante energia, salda memoria, rinnovato sogno.

Partènope (testo critico a cura di Diana Gianquitto)
“Irrituale, diretto”. Come il vivere.
Ma anche riordinato, focalizzato. Verso il cercare, per esso, un senso.
Se, come nel pensiero del teorico della comunicazione Franco Lever, talento del pioniere del fotogiornalismo Erich Salomon era proprio la capacità di saper riprendere al di là di ogni rito e stereotipo formale gli accadimenti, Roberta Basile va oltre. Verso la comprensione, l’interpretazione, l’arte.
Fotogiornalista è per certo, nel midollo, per il suo non risparmiarsi, abbandonandosi al vortice che la risucchia all’interno della situazione. E di movimenti a vortice, dall’alto, quasi mulinelli visivi di teste o braccia che dirigono veloci verso il focus dell’immagine, ve ne sono molti, nelle sue visioni. Così come di tagli accelerati, quasi chirurgia d’emergenza di diagonali anelanti di arrivare dritte al punto. Nel cuore del contenuto emotivo e fattuale dell’accadimento.
Tuttavia, innegabile è per la fotografa anche una particolare e innata abilità compositiva, che la induce a tirar fuori armonizzazioni, o meglio riordinamenti, dal caos. A “tentare di offrire per esso una interpretazione, di ordinare attraverso lo scatto”, come nelle sue stesse parole.
E così, la ripresa della folla in adorazione della diva e divina Sofia si può trasformare in orizzontale bipartizione tra una Terra affollata di ammiratori e un Cielo ideale da cui – quasi messia incarnato – è appena scesa l’attrice, mentre frattale centripeto di euritmica collettività culturale diviene il flash mob di musicisti, attorno al nucleo generativo del giovane artista nel mezzo. Felliniano onirico volo cinematografico di camera è la cattura dello stupore di una bimba al Carnevale nella Sanità, tanto quanto invece strong è l’inignorabile centralità scultorea del fist bump di un jewellery designer napoletano, ornato delle sue stesse creazioni, a metà tra cultura hip hop con citazioni Pop da Lichtenstein e assolutizzazione espressiva memore della mano guantata di Tiziano o autoritratta del Parmigianino. La stessa inaspettata focalizzazione che palesa l’intrinseca qualità informale, materica e segnica, di un muro graffito nel Tunnel Borbonico che dà nome alla mostra, denotandolo quasi come Scrittura-Pittura di Cy Twombly. O ancora, approfondendo l’analisi tra altre opere della serie, non in mostra ma in scuderia Kromìa, in struttura piramidale di muscolosa michelangiolesca sodezza e vittoriosa celebrazione si trasfigura l’abbraccio di due amanti al Mediterranean Pride, così come, nel vuoto tra i palazzi, imbuto ritmico che riporta alla terra come tamburi è la danza degli immigrati africani manifestanti con i disoccupati.
In fin dei conti, anche materna e profondamente femminile è questa abilità di Roberta Basile, unica fotogiornalista partenopea: trasformare in utero e camera gestazionale quello spazio riposto di buio e di vuoto che è l’obiettivo, quella pausa infinitesimale ma inevitabile che attraversa ogni immagine del reale prima di divenirne la fotografia; e, in quella presa di fiato, si costruisce il senso. Embrione che prende forma dall’amorevole accogliere in sé e nella propria attenzione l’energia genetica di un territorio – assurgente a dimensione esistenziale – percepito come microcosmo atomico, organismo vivente, Xàos etimologico, inteso come forza generatrice.
Ed ecco perché quelle di Roberta Basile non possono essere che storie non di Gomorra ma di una città figlia di una Sirena ammaliante scioltasi per amore, racconti di speranza, della sua resilienza, della sua vita, che graffia sulla pietra, partorendola all’arte con la fotografa, NOI VIVI.

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2 marzo, 2017 Posted by | Agenda Eventi, Arte, Campania, Fotografia, Italia, Napoli, Regioni | , , , | Lascia un commento

Giovedì 1 dicembre allo Spazio Kromìa inaugurazione di “1 .”, prima personale napoletana del duo fotografico Latododici (Chiara Arturo e Cristina Cusani)

Courtesy Kromia e l'Artista

Courtesy Kromia e l’Artista

Kromìa è lieta di presentare “1 .”, la prima personale napoletana del duo fotografico Latododici (Chiara Arturo e Cristina Cusani).

In mostra, centoventi opere di piccolo formato incorniciate in una frame/installazione: un primo possibile punto che non chiuda, ma apra prospettive, sul primo anno del progetto di ricerca delle due giovani ma consapevoli artiste, unificato e sostanziato dalla convergenza di dimensioni (formato quadrato di dodici centimetri per lato), atmosfere estetiche ed emotive (distesi cromatismi e armonioso sentire), modalità operative (scatti essenziali da cellulare) e formalizzazione finale (curati packaging di qualità artigianale in materiali naturali).
Completano la mostra, oltre ad alcuni esempi dei diversi packaging finali delle opere, un pieghevole a fisarmonica con una serie inedita del duo su Napoli e un libro rilegato a mano con la totalità delle opere realizzate finora da Latododici.

La vita, d’un balzo
(nota critica di Diana Gianquitto)

La sostenibile profondità dell’essere.

Lieve non è necessariamente superficie. Ma, etimologicamente, è agile, rapido. Capace di saltare al di là, oltrepassare – nell’antica consapevolezza della sua radice sanscrita lagh – in un sol balzo leggero il feticismo cerebrale in cui troppo tristemente l’Occidente spesso, onanisticamente, si consola dalla sua paura di sentire.

Levità, non superficialità, sono le gocce di visione di Latododici: porzioni di tempo e di mondo, angoli di percezione rubati da cellulare, da uno sguardo di tecnologia ormai così intima e quotidiana da aver dimenticato da tanto vanaglorie futuristiche, per posarsi confidenziale e tenera come bruma sul mondo, impalpabile, discreta, e lasciarlo poi un po’ più personale di come lo si era trovato.

Recuperando autenticità e immediatezza, le apparizioni ottiche di Chiara Arturo e Cristina Cusani sono sintesi, appunti o, meglio, intuizioni pregne di potenzialità. Potenzialità, più che per futuri sviluppi progettuali, per aperture percettive. Non incompiuti abbozzi, ma nuclei energetici. Intuizioni bergsoniane o aristoteliche, modo di arrivare alle cose direttamente, senza passare attraverso una pedante o diacronica analisi. Partendo induttivamente dal basso di ogni giorno e ogni respiro, dalle myricae che sbocciano ogni istante negli occhi e nel cuore.

Naturalmente, per saperle cogliere e restituire senza farle sfiorire in banalità né appesantirle in leziosità, sono richieste sensibilità e cultura visiva, nonché consapevolezza e padronanza del linguaggio e dell’uso del mezzo, per quanto semplice. Le stesse che, nonostante la giovane età, nutrono la ricerca di entrambe le artiste, ciascuna nella sua unicità, pur nel raggiungimento di un sapore legante, quell’inconfondibile atmosfera rarefatta e serena che rende le loro opere immediatamente riconoscibili in forza, come nelle loro parole, “più che di un punto di vista, di un mood comune”.

Non vi verrà svelato da chi deriva l’uno o l’altro scatto, ma sarà solo pretesto per perdersi maggiormente nel sortilegio di un’eufonia riuscita il citarvi il vissuto del paesaggio di Chiara (inteso come frutto combinato di filtro personale, memoria e realtà), la sua ricerca sulla percezione e la sua sensibilità alla facies epidermica della foto (resa quasi bidimensionale pattern informale da un appiattimento luministico), il suo intimismo zen capace di cogliere l’attimo semplice, così come l’introspezione impavida di Cristina, la sua istintiva abilità nella metafora e nell’assonanza concettuale, la sua sperimentazione non virtuosistica ma profondamente metalinguistica tra analogico e digitale, il suo monocromo a colori addolcente la policromia in transizioni graduali e in un unificante effetto abbagliato. La componente relazionale processuale e operativa, insita nella volontà di essere duo e di incontrarsi in specifici momenti laboratoriali di scelta e di dialogo comuni, è spia del resto di un’attitude relazionale e integrante decisamente più ampia, di un olismo connaturato che si manifesta non solo nella sintonia corpo-anima, universale-particolare, quotidiano-esistenziale che pervade ogni scatto di Latododici, ma anche nella cura non feticistica ma amorevolmente sinestetica che incarna ogni loro opera in un oggetto-packaging artigianale in materiali naturali da accarezzare con tatto e sguardo, e non da ultimo nella tensione di incontro col fruitore che anima l’idea di promuovere una fruizione allargata e democratica della loro arte. Che ciascuno possa avere di essa non un feticcio, ma un oggetto-souvenir, memoria di un piccolo sogno più che di un gran viaggio pindarico, ma di un sogno da poter ripetere ogni giorno, in un’altra dimensione.

Ogni giorno, come il primo. Il primo del presente. Ed ecco quindi 1 .: non mettere un punto_dove finisce l’ora, ma fare un punto_finora. Abbracciando, non rinchiudendo, la caleidoscopica molteplicità delle centoventi opere a oggi nate in una cornice/installazione che come frame/gestalt permetta l’autocoscienza, consenta di imbibirsi nel midollo dell’esperienza di ricerca appena fatta rivedendovisi come in uno specchio, rendendola a sua volta nuovo elemento, modulo, mattoncino costruttivo, microcosmo per nuovi macrocosmi.

Del resto, di lievi, impalpabili, agili e incessantemente mobili atomi, da Democrito in poi, è composto in ogni sua profondità il mondo. Così come, da Dante in poi, “al vento nelle foglie lievi / si perdea la sentenza di Sibilla”.

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22 novembre, 2016 Posted by | Arte, Fotografia | , , , , | Lascia un commento

Venerdì 20 maggio allo Spazio Kromìa di Napoli inaugurazione della mostra fotografica “Winter in America” di Nicolas Pascarel

Courtesy Kromìa e l'artista

Courtesy Kromìa e l’artista

Venerdì 20 maggio, alle ore 19.00, presso Spazio Kromìa (via Diodato Lioy 11, adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli), inaugurazione della Mostra “Winter in America” di Nicolas Pascarel.

In mostra, due pannelli di grande formato dalle atmosfere intime e sospese, capaci di far dialogare arte fotografica e letteratura in sorprendente cortocircuito linguistico ed evocativo: opera tra le opere, un racconto scritto dal fotografo diviene parte integrante e deflagratore generativo del progetto espositivo.

Pas encore, ne plus
(nota di Diana Gianquitto)

Ottundimento. E vertigine.
Affacciati così da una finestra, protendendo le reni e l’attesa così forte da far male, acuendo sguardo e cuore, assordati dal vento di sale e dal suo sapore sulle labbra. Innanzi a noi, l’Oceano.
Osservazione e precipizio. Non è così di tutti il vivere, almeno in qualche rivolo, tensione di procacciamento e struggimento degli infiniti non ancora, o non più, di cui son fatte le imperfette finestre temporali ed esistenziali delle nostre vite?
Come per l’inquieto e nostalgico amante proteso “comme un condor” nel racconto di Nicolas Pascarel dalla finestra della sua torre sull’Oceano, a scorgere l’arrivo incompiuto dell’amata, o per il passeggero sulla vettura dello scatto in mostra, affacciato a un finestrino che solo gli consente di vedere un’inesatta porzione di reale dalla centralità perduta e preclusa, perché troppo veloce, o troppo lenta, è andata la vita sulla strada della sua capacità di percezione.
Brivido libertà paura.
Affacciati a quelle finestre, mai perfettamente centrate con le nostre fami o esitazioni, solo in compagnia degli unici due infiniti capaci di puntellarne gli infissi: l’Oceano d’inconosciuto e possibile fuori di me, l’interminabile infilata di piani dell’arroccamento di torre dentro di me. Lì su quella torre. Che è la torre della distanza e del ritrovamento. Del perdere nello straniamento e nell’isolamento, ma anche dell’orientamento e del ritrovare.
Sé, casa, amore. Più che inevitabile difesa, unica ricostruzione possibile – nel marasma dei flutti continuamente mutanti – dell’unico luogo possibile inattaccabile, presenza interiorizzata di sensus sui ipsius e di tutto ciò che ci è stato levato.
O ancora non corrisposto a ciò che spetta.
Volutamente imprecisa e irrazionale, la finestra di sguardo fotografico ritagliata da Nicolas Pascarel risucchia, monopolizzante unica regina nel biancore della parete, sfonda come apertura ultradimensionale, disorienta, decolloca.
Per poi, solo apparentemente rassicurati, rimbalzare nello straniamento maggiore di un altro tessuto linguistico, non più visivo ma verbale, e straniero, quello del racconto in francese di Pascarel – lingua natale dell’autore, ma non del contesto di fruizione – generatore del progetto espositivo.
Non didascalia ma specularizzazione postconcettuale, traslazione interlinguistica quasi da Narrative art, costruzione, in ultima analisi, di quell’unico e terzo luogo in cui la narrazione del logos e l’altra dell’imago trovano integrazione, in sistemico accrescimento, nella nuova e terza entità della partecipazione interiore del fruitore.
A osservarla di sfuggita, quella veduta dal finestrino dai colori saturi e cupi eppure vibranti, metafisici, è solo errato spicchio di mondo, squilibrio di luci e tagli e dettagli negati, preclusi, appunto come se la macchina della vita si fosse avanzata o arrestata troppo velocemente, per poter inquadrare allo sguardo e alla conoscenza angolazioni centrate, o letture esatte.
Ma a ben vedere, una mirabile sapienza di sciatteria fenomenologica costruisce un perfetto cannocchiale ontologico di rettangoli degradanti: il perimetro dell’opera, poi il nero del finestrino, quindi la porzione di terreno e grattacielo insieme inquadranti lo specchio di cielo; finalmente, l’infinito, non più riassorbito da alcuna frazione di sguardo.
Molteplici finestrini in uno, quasi sovrapposizione sincronica della diacronica, dolorosa infilata di finestre degli immensi grattacieli emergenti, interminabili verso il cielo come ciascun giorno d’attesa, abbandonati e risorti come le speranze.
Assorbendo verso il basso e a sinistra nell’approssimarsi dal punto di fuga al punto di vista di chi scatta, il risucchio del cannocchiale segue l’iconografia della diagonale compositiva avvertita come “perdente” secondo la percezione umana (al contrario della diagonale puntante in alto e a destra, non a caso utilizzata in ogni ritratto a condottieri vittoriosi a cavallo), eppure arrivato al fondo incrocia i versi, con rimbalzante doppio movimento, verso l’alto e l’esterno, invertendo grazie alla scansione luministica – progressivamente crescente in alto e a destra – sensi emotivi e semantica compositiva.
Volutamente imprecisi e irrazionali, appunto, ma luminosi. Come l’amore.
E così, il mondo è lì e noi tirati indietro. Ma andiamo avanti. Come il protagonista del racconto tira avanti ad aspettare l’amata. Con determinazione e amorevole eterna dedizione, pazienza. Non snervata e ostile. Il perdono nella delusione e nell’attesa. Trasfigurando, novello D’Annunzio o Petrarca, in natura meravigliosa anche l’essenza dell’amata, o dell’attesa stessa.
E il disorientamento dell’immagine fotografica si specularizza, con la narrazione verbale, nella surrealtà e straniamento di una sospensione infinita alla Antonioni, macrocontenitore emotivo di riferimento, con il suo The Passenger, del blog fotoletterario di Pascarel da cui proviene il racconto in mostra, vera e propria opera tra le opere.
A veder bene, fotografia e testo dalla Rete in esposizione funzionano esattamente come reciproci dispositivi-interfaccia per attivarsi vicendevolmente, generando insieme, oltre alla già menzionata superiore dimensione di narratività e lirismo interiore nel fruitore, anche un ulteriore spazio integrato di immagine-testo-relazionalità comunicativa web, che dilata nel virtuale l’immaginario e qualifica il progetto di Pascarel come operazione intermediale e interlinguistica ad ampio raggio.
Per non parlare di un ulteriore rimando criptato tra linguaggi, quello del titolo della mostra in inglese – aggiuntivo straniamento – richiamante l’omonimo Winter in America (1974), morbido brano jazz-blues-soul dalla carezzevole nostalgia di testo e melodie di Gil Scott Heron, discusso e sovversivo personaggio anch’egli in perpetuo viaggio tra culture e generi.
Del resto, la perfetta fusione e funzionalità del marchingegno di funzionamento artistico del rimbalzo/specularizzazione tra imago e logos di Pascarel è tutta concentrata lì, proprio in quel “perché comme un condor” – dall’intraducibile idea di piegarsi arcuato, appostamento proteso e teso in scrutamento predatorio, come un condor tra cielo e rupi – che esprime esattamente in verbale maquette l’essenza della fotografia per lui: intraducibile osservazione, ma rapace presa sul reale.
Nostalgia e sehnsucht. Cercare una possibilità di osservazione, e all’osservazione stessa cercare un significato.
Per far acquisire senso a istanti indefinibili. L’unico senso possibile, quello dello spaesamento.
Un po’ come nel vivere dell’autore, straniero ovunque e cittadino dappertutto, trascinato e vissuto tra innumerevoli e forti luoghi di vita e d’animo differenti.
Non per nulla, nelle sue immagini l’artista lascia volutamente nell’ambiguità definizione e punti di riferimento del contesto geografico e situazionale, evocando ma mai suggerendo ipotesi, e lasciando nel disorientamento il fruitore, mai sicuro sulla cittadinanza di cui investire le atmosfere.
E il senso interiore, alla fine, la personale costruzione di una torre di significato, è e resterà l’unica cosa che vale.
Se l’incertezza è la maggior certezza che vi sia, tanto vale farne poesia.
Tentare è premio alla mia ricerca. E così anche baciare la finestra dell’attesa, come fosse il suo soddisfacimento.
In assenza e anelito di definizione, contatto, scambio. Nessun mare può avere onde se non trova coste a rimandarlo indietro, nutrendolo di limite forse, ma di eterno movimento.
E intanto, prenderci cura di noi – “prends soin de toi, Nico”. Coi liberi generi di conforto – “mon confort, pour ne pas dire ma tranchée” – che ciascuno riuscirà a portare su quella torre. Non serve e non piace ingannare l’attesa e se stessi, ma nutrirla e nutrirsi di sale e di baci all’Oceano.
E dell’unica, incommensurabile presenza interiore capace di sostenere le incessanti onde di quei non ancora, non più: la consapevolezza della possibilità e gratitudine di tutti i forse un giorno, però un tempo delle nostre vite.

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15 maggio, 2016 Posted by | Agenda Eventi, Arte, Campania, Fotografia, Italia, Napoli, Regioni | , , , | Lascia un commento

Venerdì 12 febbraio allo Spazio Kromìa di Napoli inaugurazione della mostra fotografica “Postcards from Russia” di Fabio Orsi

Foto Fabio Orsi - Courtesy Kromìa e l'artista

Foto Fabio Orsi – Courtesy Kromìa e l’artista

Venerdì 12 febbraio, alle ore 19.00, presso Spazio Kromìa (via Diodato Lioy 11, adiacenze piazza Monteoliveto – Napoli), inaugurazione della Mostra “Postcards from Russia” di Fabio Orsi.

Una mostra che sfonda i limiti dello sguardo e del fotografico, travalicandoli in musica, installazione, oggettualità d’arte.
Un reportage di viaggio intriso dell’amore per la Russia, il paese esplorato, si trasforma nella sensibilità del suo autore, l’artista multidisciplinare Fabio Orsi – fotografo e compositore – in un nuovo viaggio tra le arti, restituendo impressioni di un luogo intenso e multiforme in quarantotto scatti/cartoline anti-oleografiche e un lavoro musicale su musicassetta, contenuti in un cofanetto da collezione edito dall’etichetta musicale indipendente Boring Machines.
Per l’occasione, la stessa galleria ospitante sarà contagiata, in un allestimento destrutturato e interlinguistico, dalla mobilità del viaggio in Russia e tra le arti di Orsi.

Cartoline dall’amore
(nota di Diana Gianquitto)

Partire dal reale; che non è materialismo. Per viaggiare nel sentimento; che non è sdolcinamento.
Con rispetto, discrezione, cuore occhi camera in modalità autenticità.
L’unico vero sentire, come il profondo amore di Fabio Orsi per la Russia, non può ricavare concrezione da astratte idealizzazioni, ma è quello che si costruisce con concentrazione, pian piano, grano dopo grano, da un’osservazione diacronica lentamente sedimentantesi e aggregantesi del reale.
Come i componenti di una gemma preziosa, fino all’improvvisa decisione di una scelta sentimentale assoluta, che scoppia come luce nell’animo.
Ecco perché le postcards di Fabio Orsi sono souvenirs dal quotidiano, non paesaggi mozzafiato né ammiccamenti agli stereotipi, ma scoperte piccole quanto grate alla verità delle cose, alla genuinità semplice di un paese.
Come a un amico che si lascia conoscere discretamente.
Lungo la strada della sua conoscenza fotografica, naturale come la vita è l’alternarsi di opposti, da un registro lieve, lirico, o rasserenante, a luci emotive più scure – ma mai cupe – e pizzichi al cuore sinceramente empatici – ma mai vittimistici o, al contrario, assistenzialistici.
“La chiave”, come nelle parole dell’artista, è “osservare e fare tuo un pezzettino del paese che stai visitando, esserci per osservare”.
E se alla parola “paese” si sostituisce “vita”, si illumina ancor più chiaramente l’istintiva metafora istituita da Orsi nel percorrere un itinerario geografico rendendolo esistenziale.
Non dall’esterno ma con la voglia di entrare, discreta ma empatica, che è la voglia di comprendere.
In alcuni scatti, più diretto si sente il contatto con le persone, come se il condividere l’osservazione o un’attesa per alcuni istanti avesse costruito una muta condivisione che nasce dall’esserci, insieme, in una data situazione, anche senza parole; in altri, più scorrevole ma non sfuggente, maggiormente immediata ma non sbrigativa né superficiale è la relazione istituita coi luoghi, gli abitanti, le atmosfere.
Come in una costante, ininterrotta carrellata a volo d’uccello, che trova più che cercare continui stimoli alla curiosità.
Una “Russia da viaggio”, un “passaggio in transito”, come connotati dall’artista, che scopre nella dinamica del passare dall’uno all’altro, fuggevole, attimo visivo il suo senso più profondo: di fotografia transeunte, più che di strada.
E questo insito meccanismo di funzionamento estetico struttura anche fortemente l’assetto e la formulazione del corpus di cartoline-scoperte, che sono da fruire come insieme, da intendersi come flusso unico che vive di un’architettura di tipo musicale. Di una modulazione armonica e melodica dalla compatta e stringente ratio compositiva in cui, su un tappeto musicale-visivo che è un continuo scorrere mormorante di quieta attitude di scoperta, curiosità discreta ma non distante e ricerca di empatia, emergono ritmicamente picchi di intensità che innalzano il tono emotivo, sollevando e reggendo come colonne portanti il tenore del discorso artistico, e arricchendosi di un assiduo contrappunto tra registro lieve e pensoso.
Non a caso, in realtà da fruire come insieme e opera unica, e non come giustapposizione o sommatoria di due opere distinte, è nella sua interezza il complesso di audio e visivo proposti in Postcards from Russia: la creazione musicale in musicassetta che accompagna le stampe fotografiche è ben lungi dall’essere mera colonna sonora di esse, così come gli scatti dal fornire semplice illustrazione ottica alla musica.
E, del resto, accidentale non è anche la scelta di un supporto dichiaratamente vintage per l’audio e di un formato di stampa apertamente indicante la pratica del viaggio per le immagini, valorizzando in tal modo il portato oggettuale e linguistico di entrambi e arrivando, in ultima analisi, a configurare un’opera integrale e integrata tra musica, fotografia, scultura e installazione.
Arte musicale e visiva sono oltretutto intimamente, da sempre, fuse nella ricerca di Orsi, e nella sua pratica e intenzione perfettamente corrispondenti: sia musica che fotografia, infatti, per l’artista “congelano un momento”, hanno a che fare con la memoria.
Ma non alla costruzione di un’identità soggettiva, e alla sua rievocazione, si riduce il mondo artistico ed emotivo da lui ricreato, che si allarga invece a suggestione universale, simbolo ampliato, in virtù di un processo capace di ricercare e rinvenire senso archetipico in ciascuna esperienza individuale.
Intimità lirica e percezioni cosmiche si incontrano.
Il calore o i brividi freddi di un momento personale si depurano in empatia condivisibile ma senza perderne la temperatura, e ciò che è mio diviene di tutti.
Così come nell’innato senso di solidarietà e di appartenenza collettiva che l’artista, ammirato, racconta di aver rinvenuto in Russia; evidentemente, da lui colto con tanta evidenza anche perché naturalmente rispecchiante il suo stesso innato senso di empatia universale, dimostrato dagli scatti.
Ma nulla di ciò, neanche in musica, sarebbe possibile senza la medesima posizione di discrezione eppure attenzione nei riguardi del reale che l’autore agisce da fotografo. Anche nel processo di costruzione dell’audio di Postcards from Russia, infatti, determinante è la concentrazione nei riguardi del dato quotidiano e concreto, vissuto come punto di partenza non limitante nel pragmatico, ma dialogante con immaginario e percezioni, personali e allargati: Orsi parte dal prelievo di suoni reali che edita e poi tramuta con rielaborazioni nei suoi live, la cui presa in diretta si trasforma quindi in nuovo punto di partenza dal reale ancora una volta rielaborato, e infine incorniciato a esordio ed epilogo di musicassetta da altre registrazioni dal vero, in un continuo rincorrersi metalinguistico tra presentazione e rappresentazione della realtà.
L’intenso risultato è una musica scura ma non cupa, densa e aromatica di punte eteree e ariose d’alta quota così come di vibrazioni basse, profonde, viscerali, di echi pre-storici che sanno di boschi, fumi, venti, ghiacci. Ipnotica e inebriante, come vodka.
I Suoni della vita, così come le Immagini della vita.
Al termine del percorso-viaggio musicale e visivo, tra mille diverse rifrazioni e vibrazioni di sottile incanto, inconfondibile e incontrovertibile emerge un’unica, istintiva, percezione: l’immensa forza della Russia e dei suoi figli, che – come dice la voce catturata in conclusione di audio – solo da altri Russi possono essere uccisi.
Per questo, un viaggio che si percepisce come mai finito, e tuttora alla ricerca di cartoline-gemme da custodire nel cuore.
In eterno, forse; in processo, ancora; di certo, finché dura l’amore.
Delicato, discreto, ma catturato e dedito.
In fin dei conti, l’amore è concentrazione.

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1 febbraio, 2016 Posted by | Agenda Eventi, Campania, Fotografia, Italia, Napoli, Regioni | , , , | Lascia un commento

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