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Al Teatro Politeama di Napoli “Y Olé!”, travolgente novità del coreografo francese José Montalvo

Foto Patrick Berger

Foto Patrick Berger

Prodotto dal Théâtre National de Chaillot di Parigi, in collaborazione con Les Théâtres de la Ville de Luxembourg, il balletto “Y Olé!”, del coreografo francese José Montalvo, è approdato in esclusiva nazionale a Napoli, nell’ambito della stagione del Teatro Stabile.
Lo spettacolo, costituito da un dittico, prevedeva una prima parte interamente rivolta a “La sagra della primavera”, che esordì nel 1913, al Théâtre des Champs-Elysées, nell’ambito della stagione dei Balletti russi di Sergej Djagilev, avvalendosi della musica di Igor Stravinskij, delle scenografie di Nikolaj Konstantinovič Roerich e della coreografia di Vaclav Nijinsky.
La “prima” provocò vibranti proteste fra gli spettatori, che non gradirono le sonorità, molto ardite per l’epoca (ancora oggi di grande modernità e difficili da metabolizzare per la maggior parte degli appassionati di musica classica), che contraddistinguevano i temi concepiti dall’autore russo.
Va iinoltre ricordato come la traduzione italiana sia abbastanza infelice, in quanto il titolo originale, Le Sacre du printemps, non si riferiva sicuramente ad una sagra paesana, ma ad un rito sacrificale pagano.
E’ lo stesso Stravinskij a raccontarlo in una sua biografia, dove afferma, fra l’altro: “Un giorno, in modo assolutamente inatteso giacché la mia mente era occupata da cose affatto diverse, intravidi nell’immaginazione lo spettacolo di un grande rito sacro pagano: i vecchi saggi, seduti in cerchio, osservano la danza di morte di una vergine che essi stanno sacrificando per propiziarsi il Dio della primavera”.
Proprio conoscendo tutti questi presupposti, si poteva maggiormente apprezzare l’originalità della versione concepita da Montalvo dove, a parte l’inserimento di danze quali il flamenco e l’hip-hop, apparse quanto mai calzanti e affatto irriverenti, l’arrivo della primavera non era più obbligatoriamente collegato ad un sacrificio umano, ma veniva raffigurato come una festa della vita.
Non a caso il filmato che scorreva alle spalle dei ballerini, parte integrante della scenografia, riportava la progressiva crescita di un albero che, dalle poche radici iniziali, si manifestava in tutta la sua potenza nel momento della fioritura primaverile.
Una brevissima interruzione, legata al cambio di scena, precedeva la seconda parte dello spettacolo, dedicata ai ricordi d’infanzia di Montalvo, figlio di esuli politici spagnoli, fuggiti in Francia all’avvento del regime franchista.
In questo caso si alternavano canti popolari iberici e standard americani, mentre sullo sfondo scorrevano in prevalenza immagini di una piccola barca a remi, talora vuota, altre volte riempita da più persone (che faceva capolino per un po’ anche sul palcoscenico), e volti di persone anziane, in rappresentanza degli antenati del coreografo.
Nel complesso questa parte risultava meno unitaria della prima, ma ugualmente trascinante, per la continua proposizione di ritmi spagnoli, ed ancora più ricca di simbologie, se si pensa solo alla costante presenza della barca, chiaro riferimento al viaggio ed all’esilio.
Non ci resta che ringraziare José Montalvo, autore dell’ennesimo balletto di grande genialità, e nominare tutti gli insuperabili protagonisti di “Y Olé!”, Karim Ahansal, Rachid Aziki, Abdelkader Benabdallah, Emeline Colonna, Anne-Elisabeth Dubois, Serge Dupont Tsakap, Fran Espinosa, Samuel Florimond, Elizabeth Gahl, Rocío Garcia, Florent Gosserez, Rosa Herrador, Chika Nakayama, Lidia Reyes, Beatriz Santiago, Denis Sithadé Ros, la cui estrema bravura ha contribuito all’ottima riuscita di uno spettacolo che ha entusiasmato il numerosissimo pubblico presente al Teatro Politeama.
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26 febbraio, 2016 Posted by | Agenda Eventi, Campania, Danza, Francia, Italia, Musica, Musica classica, Napoli, Parigi, Regioni, Teatri, Teatro Politeama | , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

n.4 Donne in musica: LILI BOULANGER di Marco del Vaglio

Lili Boulanger di Marco del Vaglio

Marie-Juliette Olga (Lili) Boulanger nacque a Parigi nel 1893 da Ernest e Raïssa Myshetskaya, cantante che vantava nobili origini russe, di 40 anni più giovane del marito.
La nonna, Marie-Juliette Hallinger-Boulanger, era stata una stella dell’Opéra-Comique ed il padre, oltre ad insegnare canto al Conservatorio di Parigi, era un apprezzato compositore, amico e collega di Gounod, Massenet e Fauré.
Inoltre non si può dimenticare Nadia, la sorella maggiore, che formò generazioni di compositori non solo francesi e, ad appena 25 anni, iniziò anche una fulgida carriera di direttrice d’orchestra.
La vita di Lili fu difficile fin dall’inizio poiché, già in tenera età, rischiò di morire a causa di una malattia respiratoria che abbassò notevolmente le sue difese immunitarie.
La forte debilitazione facilitò l’instaurarsi, nell’organismo, di una infiammazione del tratto gastro-intestinale, nota come sindrome di Crohn, che sarebbe stata la triste compagna di tutta la sua breve esistenza.
Nonostante le limitazioni dovute alla malattia, Lili ebbe una notevole vita sociale ed il suo fortissimo senso religioso le permise di lenire le sofferenze alle quali era frequentemente sottoposta.
La sua carriera artistica fu strepitosa, se si pensa che a sei anni prendeva lezioni di organo da Louis Vierne (1870-1937) mentre, con l’aiuto della madre, studiava violino, violoncello, pianoforte ed arpa.
Ma il suo sogno era di aggiudicarsi il “Prix de Rome”, il concorso per compositori più prestigioso e difficile dell’epoca, che anni addietro era stato vinto dal padre.
A tale scopo iniziò a studiare con Georges Caussade (1873-1936), famoso docente del Conservatorio di Parigi.
La sua capacità di apprendimento era talmente veloce che, al secondo tentativo, effettuato nel 1912, stravinse il concorso con la cantata Faust ed Hélène.
Il suo trionfo ebbe vasta eco sulla stampa in quanto, in una società maschilista, fece quasi scalpore la vittoria di una ragazza poco più che diciannovenne.
A partire da quel momento, Lili conobbe un grande successo ed ebbe ancora il tempo di scrivere lavori significativi quali i Salmi n. 24, n. 129 e n. 130, ed il Pie Jesu, terminato nel 1918, qualche giorno prima di morire, che venne eseguito al suo funerale in un’atmosfera di costernazione generale.

Marco del Vaglio

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24 agosto, 2010 Posted by | Arte, Compositori, Cultura, Francia, Giornalisti, Marco Del Vaglio, Music, Musica, Parigi | , , | 1 commento

Taccuino personale di Francesco Canessa: MARTONE A PARIGI

Taccuino di viaggio di Francesco Canessa

 

Martone a Parigi


Il melomane errante si trova ancor una volta a Parigi, capitale teatrale di ogni tempo e subito si rifà della perdurante astinenza imposta in patria dal continuo rarefarsi dei prediletti spettacoli d’opera, per problemi di soldi e d’altro: un titolo al mese, se pure, un po’ di recite e via, a Milano come a Roma, o a Napoli, ove è sempre quaresima, pur se il suo tetro restaurato è bello come una pasqua. Si aggiunga che tra i malanni del Paese del Melodramma c’è anche l’esterofilia e mentre il suo massimo Tempio cancella Andrea Chenier (Giordano) e si consola con “Una casa di morti” (Janaceck) il nostro repertorio trionfa al di là del confine. A Parigi si proponevano Falstaff agli Champs Elysées e Don Carlos all’Opéra Bastille, teatro per raffinati l’uno e per passionali l’altro, in un unico Viva Verdi. Nel primo c’era da spellarsi le mani per i talenti nostrani di Mario Martone e dei suoi luogotenenti Sergio Tramonti, Ursula Patzak e Pasquale Mari, scenografo, costumista e mago delle luci, protagonisti in palcoscenico di un autentico trionfo. Nel programma di sala poteva leggersi come tutti sottolineassero con naturalezza le loro radici, Martone indicando una per una le esperienze che dal San Carlo l’hanno portato al successo internazionale nei teatri d’opera di Londra, Tokyo, Parigi.
E’ davvero un Falstaff scintillante, elegante e divertente, che insegue la sua morale (…Tutto nel mondo è burla!”) dalla prima all’ultima scena, così come dalla prima all’ultima nota, grazie alla direzione viva e brillante, persino rivelatrice di preziosi dettagli strumentali, di Daniele Gatti, sul podio di una compagine sinfonica d’eccellenza, l’Orchestre National de France. Il linguaggio interpretativo è moderno, ma senza forzatura alcuna, né di tempi, né di luoghi, con un solo carattere messo a nuovo, quello del personaggio di Alice Ford, che da compassata primadonna diventa la più scatenata e sbarazzina tra le allegre comari, vero motore dell’azione, che umilia e sbeffeggia Falstaff, ma del gioco si compiace e mette in campo femminilità e civetteria per mandar su di giri il povero grassone. Ne è interprete una deliziosa Anna Caterina Antonacci, che canta, recita, suona ( la chitarra, quando sir John le arriva in casa <dalle due alle tre>) felice di liberarsi della tragicità opprimente dei suoi consueti personaggi per esplodere nella grazia, nell’allegria, nella comicità d’una vera commediante. E che rende il suo ruolo protagonista, accanto a quello del titolo.
L’altro Verdi, il Don Carlos nella edizione italiana del 1884, regia di Graham Vick era – pensate un po’! – alla trentanovesima replica, ma l’enorme teatrone era di nuovo esaurito. Anche qui un direttore italiano, Carlo Rizzi e tre artisti di casa nostra in scena, il protagonista Stefano Secco, il Filippo II° di Giacomo Prestia e la Eboli di Luciana D’Intino, in forma smagliante. E due voci nuove per noi, entrambe strepitose: l’americana Sondra Radvanosky, Elisabetta, e il francese Ludovic Tézier, un marchese di Posa che non fa rimpiangere i grandi un tempo.
Francesco Canessa

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7 marzo, 2010 Posted by | Arte, Compositori, Falstaff, Francesco Canessa, Francia, Giornalisti, Giuseppe Verdi, Musica, Opera, Parigi, Teatro | , , , , , , , | Lascia un commento

   

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