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Taccuino personale di Francesco Canessa: SIAE: Aida e Norma comprano casa

SIAE: Aida e Norma comprano casa
Editoriale di Opera Click  (http://operaclick.com)


Creare un organismo che tutelasse i diritti degli autori e di coloro che stampavano le loro opere fu idea di Giulio Ricordi, un po’ sua e un po’ di Verdi che – attaccato com’era ai beni terreni – si sentiva derubato dagli impresari che si arricchivano mandando in scena con poca spesa Traviate e Rigoletti. Ma nel 1882 il saggio signor Giulio non fu tra i presenti in via Brera a Milano quando a Palazzo Ponti venne fondata la Società Italiana degli Autori, forse perché gli Editori non comparivano nella ragione sociale, che ad essi si allargò soltanto più tardi. Il primo presidente fu lo storico Cesare Cantù, consiglieri Verdi, Carducci, De Sanctis, de Amicis e… scusate se è poco. Un primo rendiconto giunto fino a noi è del 1888 anno in cui furono incassate 4.561 lire ripartite tra 104 autori.
Oggi la SIAE è tutt’altra cosa, un Ente Pubblico che conta oltre alla direzione centrale di Roma, 13 sedi regionali, 34 filiali, 600 circoscrizioni mandatarie e 1200 dipendenti in pianta stabile. Coi venti che tirano non era difficile che qualche turbolenza scuotesse un gigante come questo e che il suo comitato di gestione venisse sostituito da un commissario, un funzionario dello Stato, fin qui a capo del settore Cinema del Ministero dei Beni Culturali, il dottor Gaetano Blandini con una retribuzione record di 500mila Euro l’anno. Né era difficile che i giornali tirassero fuori, oltre a quella dello stipendio, un po’ di storie sospette, visto che il nome di Blandini era comparso nel 2009 tra quelli accostati alla “cricca” di Angelo Balducci e Diego Anemone, in seguito ad alcune intercettazioni allegate al fascicolo che aveva portato in carcere i due protagonisti dello scandalo dei Grandi Eventi.
La storia, raccontata sul Corriere della Sera da Fiorenza Sarzanini, riguarda la dismissione del patrimonio immobiliare della Società. Il 28 dicembre scorso, tra Natale e Capodanno, è stato firmato l’atto di vendita per 80 milioni di Euro di sei immobili di proprietà del Fondo Pensioni, con un ribasso di 23 milioni rispetto al valore apposto nel bilancio SIAE 2010 ove di milioni ne erano segnati 103. Chi sarà mai il fortunato acquirente? Si chiama “Fondo Aida” un braccio operativo della SIAE stessa, uno di quei poli alternativi sbocciati da quando è venuta di moda la “finanza creativa”. E non è il solo, perché passando da Verdi a Bellini, ecco comparire un “Fondo Norma” che ha comprato in blocco e con adeguato sconto (260 milioni di Euro invece di 463) tutti gli immobili in diretta proprietà della Società (di qui il canone di fitto da pagare per il palazzone dell’Eur ove c’è la sede centrale: 600mila Euro l’anno). Il dottor Blandini ha replicato precisando che tutto è in regola e che l’operazione è servita per togliere la SIAE dai guai in cui l’avevano cacciata i precedenti amministratori, e ci auguriamo che sia così. Aida e Norma, ora che hanno comprato casa confluiranno in un terzo e ben più importante Fondo, che raggruppa quattro società di gestione del risparmio in Italia, Svizzera, Lussemburgo e Stati Uniti. Il suo nome è “Sorgente Group” ma proseguendo la denominazione operistica, avrebbe potuto chiamarsi “Falstaff”. Titolo che si suggerisce per la straordinaria ironia del suo finale, che proclama in forma di fuga: “Tutti gabbati!…”

Francesco Canessa

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16 gennaio, 2012 Posted by | Falstaff, Francesco Canessa, Giornalisti, Musica, Musica Lirica, Opera | , , , , , , , | Lascia un commento

Taccuino personale di Francesco Canessa: MARTONE A PARIGI

Taccuino di viaggio di Francesco Canessa

 

Martone a Parigi


Il melomane errante si trova ancor una volta a Parigi, capitale teatrale di ogni tempo e subito si rifà della perdurante astinenza imposta in patria dal continuo rarefarsi dei prediletti spettacoli d’opera, per problemi di soldi e d’altro: un titolo al mese, se pure, un po’ di recite e via, a Milano come a Roma, o a Napoli, ove è sempre quaresima, pur se il suo tetro restaurato è bello come una pasqua. Si aggiunga che tra i malanni del Paese del Melodramma c’è anche l’esterofilia e mentre il suo massimo Tempio cancella Andrea Chenier (Giordano) e si consola con “Una casa di morti” (Janaceck) il nostro repertorio trionfa al di là del confine. A Parigi si proponevano Falstaff agli Champs Elysées e Don Carlos all’Opéra Bastille, teatro per raffinati l’uno e per passionali l’altro, in un unico Viva Verdi. Nel primo c’era da spellarsi le mani per i talenti nostrani di Mario Martone e dei suoi luogotenenti Sergio Tramonti, Ursula Patzak e Pasquale Mari, scenografo, costumista e mago delle luci, protagonisti in palcoscenico di un autentico trionfo. Nel programma di sala poteva leggersi come tutti sottolineassero con naturalezza le loro radici, Martone indicando una per una le esperienze che dal San Carlo l’hanno portato al successo internazionale nei teatri d’opera di Londra, Tokyo, Parigi.
E’ davvero un Falstaff scintillante, elegante e divertente, che insegue la sua morale (…Tutto nel mondo è burla!”) dalla prima all’ultima scena, così come dalla prima all’ultima nota, grazie alla direzione viva e brillante, persino rivelatrice di preziosi dettagli strumentali, di Daniele Gatti, sul podio di una compagine sinfonica d’eccellenza, l’Orchestre National de France. Il linguaggio interpretativo è moderno, ma senza forzatura alcuna, né di tempi, né di luoghi, con un solo carattere messo a nuovo, quello del personaggio di Alice Ford, che da compassata primadonna diventa la più scatenata e sbarazzina tra le allegre comari, vero motore dell’azione, che umilia e sbeffeggia Falstaff, ma del gioco si compiace e mette in campo femminilità e civetteria per mandar su di giri il povero grassone. Ne è interprete una deliziosa Anna Caterina Antonacci, che canta, recita, suona ( la chitarra, quando sir John le arriva in casa <dalle due alle tre>) felice di liberarsi della tragicità opprimente dei suoi consueti personaggi per esplodere nella grazia, nell’allegria, nella comicità d’una vera commediante. E che rende il suo ruolo protagonista, accanto a quello del titolo.
L’altro Verdi, il Don Carlos nella edizione italiana del 1884, regia di Graham Vick era – pensate un po’! – alla trentanovesima replica, ma l’enorme teatrone era di nuovo esaurito. Anche qui un direttore italiano, Carlo Rizzi e tre artisti di casa nostra in scena, il protagonista Stefano Secco, il Filippo II° di Giacomo Prestia e la Eboli di Luciana D’Intino, in forma smagliante. E due voci nuove per noi, entrambe strepitose: l’americana Sondra Radvanosky, Elisabetta, e il francese Ludovic Tézier, un marchese di Posa che non fa rimpiangere i grandi un tempo.
Francesco Canessa

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7 marzo, 2010 Posted by | Arte, Compositori, Falstaff, Francesco Canessa, Francia, Giornalisti, Giuseppe Verdi, Musica, Opera, Parigi, Teatro | , , , , , , , | Lascia un commento

   

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