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Taccuino personale di Francesco Canessa:NAPOLI A SALISBURGO 2011 /1

NAPOLI A SALISBURGO 2011 /1 da Repubblica/Napoli del 9/06/2011

“Gran Finale” recita la scritta che quest’anno si aggiunge a “Neapel Metropole der Erinnerung” (Napoli capitale della memoria) che dal 2007 dà nome alla fetta del Festival di Salisurgo che si fa a Pentecoste, sin dai tempi di Karajan destinata a spettatori più raffinati di quelli irreggimentati – anche il turismo culturale può diventare di massa – che arrivano d’estate nella città di Mozart. E’ infatti l’ultimo anno della più importante rassegna organica che mai abbia avuto la musica di Scuola napoletana dopo il tramonto del ruolo di protagonista in Europa, vissuto nel secolo dell’Illuminismo e sino agli inizi dell’Ottocento. Manifestazione pensata, voluta e diretta da Riccardo Muti (nella foto) che subito ruppe gli argini della comprensibile prudenza degli organizzatori, allungando la sua durata da tre a cinque anni. Nel bilancio che se ne può trarre oggi, molte sono le note positive: lo straordinario successo di pubblico, l’interesse della critica, la rivelazione di capolavori provenienti dalle Biblioteche di San Pietro a Majella e dei Gerolamini di Scarlatti, Hasse, Paisiello, Cimarosa, Jommelli, Leo. E i molti spettacoli replicati all’estero, da Parigi a Madrid. E i convegni musicologici sui rapporti fra Mozart e i Napoletani organizzati dalla Mozart Society, la stupefacente Mostra di vedute di Napoli, dalle guaches alle fotografie raccolte da un collezionista viennese, la pubblicazione in lingua tedesca della Storia della Musica e dello Spettacolo a Napoli nel Settecento edita dalla Pietà dei Turchini. Ma un altro aspetto è da sottolineare: la presenza affettuosa e spontanea della città di Salisburgo alle giornate napoletane. Hafnergasse, la stradina più caratteristica ed elegante del Centro antico, ha steso da un balcone all’altro fili di panni al sole, gustosamente scenografati, un abito del Settecento accanto alla maglietta di Maradona, mentre sfilavano modelle con le collezioni-mare divise per gruppi ciascuno accompagnato da un cartello: Posillipo, Mergellina, Capri, Sorrento. A questa che è stata la manifestazione più costante, altre se ne sono aggiunte di volta in volta: il parallelo e meno impegnato Berg Festival, che si tiene nelle suggestive grotte del massiccio che cinge la città, si è adeguato con “ ‘O sole mio, Neapoletanische Nacht” E il cinema del centro ha proiettato “Napoli è una canzone” lo straordinario film muto del 1927 con Leda Gys protagonista. Quattro edizioni in cui la Napoli ufficiale si è tenuta a distanza, ignorandone il significato complessivo di grande rivincita in tempi in cui circolava – come  tuttora circola – l’immagine più retriva della città. Il che ha addolorato assai, com’era naturale, il maestro Muti ma anche lasciati perplessi il management del Festival e lo sponsor svizzero della Manifestazione.  Ora siamo al “Gran Finale”, che avvicina un napoletano all’estero, Mercadante a Madrid con “I due Figaro” direttore Riccardo Muti con l’Orchestra Cherubini. E uno straniero a Napoli, Haendel e la cantata “Aci, Galatea e Polifemo” composta per le nozze del duca Gennaro d’Alvito affidata allo specialista René Jacobs e l’Akademie fur Alte Musik Berlin. Con la speranza che il nuovo Sindaco giri pagina anche su questo, mandando finalmente un segnale giusto a Salisburgo.

Francesco Canessa

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17 giugno, 2011 Posted by | Centro di musica antica "Pietà dei turchini", Concerti, Conservatori di Musica, Conservatorio "S.Pietro a Majella", Direttori d'orchestra, Festival, Francesco Canessa, Giornalismo, Giornalisti, Herbert von Karajan, Music, Musica, Musica classica, musica sinfonica, Riccardo Muti, Salzburger Festspiele | , , , , | Lascia un commento

Muti dirige La Stagione Armonica a Salisburgo

Lunedì 13 giugno alle ore 11 presso la Felsenreitschule di Salisburgo La Stagione Armonica parteciperà all’esecuzione del Requiem in do minore di Luigi Cherubini nell’ambito del Festival di Pentecoste, insieme con l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, sotto la direzione del maestro Riccardo Muti.

«Sarà questa un’occasione irripetibile perascoltare un’importante pagina di musica – precisa il maestro Sergio Balestracci – in cui l’interpretazione magistrale del maestro Muti mette in evidenza al più alto grado la qualità di base della Stagione Armonica, la chiarezza delle linee e la forza commossa dell’interpretazione».

La Stagione Armonica, ensemble vocale padovano specializzato nel repertorio rinascimentale barocco, nei suoi venti anni diattività ha partecipato ai più importanti festival e rassegne in Italia e all’estero. Oltre che del proprio gruppo vocale e strumentale, l’Ensemble si avvale della collaborazione di cantanti solisti e strumentisti tra i più rinomati specialisti del repertorio barocco. Dal 1996, è diretta e preparata da Sergio Balestracci che ne ha assunto la direzione artistica.
Il complesso padovano torna sul palco del Festival di Pentecoste salisburghese due anni dopo la sua prima collaborazione che li vide presentare un Requiem di Paisiello, illustre rappresentante della scuola napoletana cui per cinque anni il Festival di Salisburgo è stato dedicato.

Insieme all’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e sotto la direzione del maestro Riccardo Muti, La Stagione Armonica si cimenterà nel Requiem in do minore di Cherubini, uno dei vertici della musica sacra di tutti i tempi, al centro delle celebrazioni di quest’anno. Composto a Parigi nel 1815, fu eseguito per la prima volta nella cattedrale di Saint Denis per celebrare Luigi XVI giustiziato ventitre anni prima dalla rivoluzione francese.

La collaborazione con Muti non terminerà con questo Festival, ma proseguirà nel mese di luglio (6 luglio, Teatro Municipale di Piacenza; 7 luglio, Pala De André di Ravenna; 9 luglio, Nairobi per ‘Le vie dell’Amicizia Ravenna-Nairobi’) con un programma dedicato alle principali arie tratte dal repertorio operistico italiano
Ufficio stampa
Studio Pierrepi
Alessandra Canella
Via del Vescovado 79
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7 giugno, 2011 Posted by | Agenda Eventi, Austria, Concerti, Coristi, Direttori d'orchestra, Ensemble vocali, Festival, Music, Musica, Musica classica, musica sinfonica, Riccardo Muti, Salisburgo | , , , , , | Lascia un commento

Martedì 15 marzo 2011 Vladimir Jurowski e la London Philharmonic Orchestra inaugurano la 30a edizione di Bologna Festival

Critica Classica di Marco del Vaglio:

Il concerto inaugurale della 30ª edizione di Bologna Festival, martedì 15 marzo, ore 20.30, al Teatro Manzoni, presenta in esclusiva per l’Italia la London Philharmonic Orchestra con Vladimir Jurowski che ne è il suo direttore principale dal 2007.
In programma: la Sinfonia n.63 “La Roxelane” di Haydn, la Sinfonia n.5 “Riforma” di Mendelssohn e la Quarta Sinfonia di Brahms.

«L’inaugurazione con la Filarmonica di Londra diretta da Jurowski – precisa il direttore artistico di Bologna Festival Mario Messinis – aspira ad avere, con i maestri del sinfonismo classico e romantico, un tono solenne, per celebrare il trentennale di Bologna Festival nella fedeltà alla tradizione».

La London Philharmonic Orchestra, per la prima volta in concerto a Bologna, è oggi considerata come una delle migliori orchestre a livello internazionale.
Fondata nel 1932 da Thomas Beecham, vanta direttori musicali del calibro di Bernard Haitink, Kurt Masur, Georg Solti, Klaus Tennstedt e, attualmente, il giovane Vladimir Jurowski.

La Sinfonia di Haydn, deve il suo sottotitolo “La Roxelane” alla protagonista di una commedia orientaleggiante per cui Haydn aveva scritto le musiche di scena nel 1777. Il bellissimo tema che simboleggia la sultana Roxelane divenne il nucleo intorno a cui Haydn sviluppò questa sua Sinfonia, che conobbe subito grande popolarità.

Presentata da Mendelssohn come “Sinfonia per celebrare una rivoluzione religiosa”, la Quinta Sinfonia venne scritta tra il 1829-1830 per celebrare il tricentenario della Confessione di Augusta (1530), atto con cui venivano stabiliti i principi della Riforma luterana.
L’ultimo movimento della Sinfonia si basa infatti sul tema del più celebre corale di Lutero, mentre all’inizio della Sinfonia si sente il motivo del cosiddetto “Amen di Dresda”, melodia familiare a tutti i musicisti delle chiese protestanti.

La Quarta Sinfonia, con la sua prodigiosa ricchezza di idee musicali, è uno dei vertici compositivi toccati dal Brahms sinfonista. Eseguita per la prima volta nel 1885, sotto la direzione dell’autore, propone una geniale sintesi di elementi della tradizione classica e preclassica con il pensiero musicale romantico.

Ufficio Stampa Bologna Festival
Paola Soffià
Tel.: 051 6493397
cell.: 328 7076143
e-mail: stampa@bolognafestival.it

Associazione Bologna Festival
via delle Lame, 58 – 40122 Bologna
tel.: 051 6493397
fax: 051 5280098
sito web: www.bolognafestival.it

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Vladimir Jurowski

Nato a Mosca, figlio del direttore Mikhail Jurowski, Vladimir Jurowski ha iniziato gli studi musicali prima sotto la guida del padre e poi al Conservatorio di Mosca, per completarli in Germania, dove si è trasferito con la famiglia nel 1990.
A Dresda e Berlino ha studiato direzione con Rolf Reuter e ha approfondito lo studio del repertorio vocale con Semion Skigin. Dopo il debutto al Festival di Wexford nel 1995, dirigendo Notte di maggio di Rimskij-Korsakov, nello stesso anno viene invitato al Covent Garden per Nabucco.
Nel 1996 entra alla Komische Oper di Berlino, dove rimane sino al 2001 con l’incarico di Kapellmeister. Nel 1999 debutta al Metropolitan di New York con Rigoletto; nel 2006 alla Scala di Milano con Evgenij Onegin.
Direttore musicale del Glyndebourne Festival Opera, direttore ospite principale del Teatro Comunale di Bologna (2000-2003), “Principal Artist” dell’Orchestra of the Age of Enlightenment, è attualmente direttore principale della London Philharmonic Orchestra. Continua inoltre la proficua collaborazione con la Russian National Orchestra, di cui è stato direttore ospite principale dal 2005 al 2009.
Tra le orchestre con cui si è esibito figurano i Berliner Philharmoniker, la Royal Concertgebouw Orchestra, la Staatskapelle Dresden, la Gewandhausorchester Leipzig, la Filarmonica di San Pietroburgo e la Chamber Orchestra of Europe, oltre alla Chicago Symphony Orchestra, la Los Angeles Philharmonic e la Philadelphia Orchestra. Nella corrente stagione dirigerà per la prima volta i Wiener Philharmoniker, la Mahler Chamber Orchestra e le orchestre sinfoniche di Cleveland e San Francisco.
Il suo repertorio operistico comprende opere di Mozart, Rossini, Verdi, Wagner, Berg, Janáček con una particolare attenzione alla produzione russa, da Čajkovskij, Rimskij-Korsakov a Prokof’ev e Stravinskij.
Di rilievo, anche la sua attività discografica realizzata con le etichette BMG, ECM, Naxos e PentaTone Classic. Con la Russian National Orchestra ha inciso la Suite n.3 di Čajkovskij, le Sinfonie n.1 e n.6 di Šostakovič, la Sinfonia n.5 di Prokof’ev, il Divertimento di Stravinskij, mentre con la London Philharmonic Orchestra ha registrato musiche di Wagner, Berg e Mahler. Nel 2000 ha ottenuto il Premio Abbiati della critica italiana quale migliore direttore dell’anno.

London Philharmonic Orchestra

Considerata oggi come una delle migliori orchestre a livello internazionale, la LPO è stata fondata nel 1932 da Thomas Beecham.
Alla direzione dell’orchestra si sono succeduti nomi illustri, tra cui Adrian Boult, Bernard Haitink, Georg Solti, Klaus Tennstedt e Kurt Masur.
Nel 2007 Vladimir Jurowski è stato nominato direttore principale; dal 2008 Yannick Nézet-Séguin lo affianca in qualità di direttore ospite principale.
Dalla scorsa stagione Julian Anderson è compositore residente dell’orchestra.
La London Philharmonic ha la sua residenza al Southbank Centre’s Royal Festival Hall. Impegnata in regolari stagioni concertistiche nelle città di Brighton and Eastbourn, oltreché in tournées nel resto del paese, in estate, sin dal 1964, l’orchestra lavora stabilmente al Glyndebourne Festival Opera.
Numerose, negli anni, le tournées compiute all’estero, con traguardi importanti come la prima orchestra inglese ad essersi esibita in Russia (1956) o la prima orchestra occidentale ad esser stata invitata in Cina (1973). Nella stagione 2011 sono previste tournées in Finlandia, Germania, Francia, Belgio, Lussemburgo e Sud Corea, con un’unica tappa in Italia, a Bologna.
La produzione discografica, sin dagli inizi, riveste una parte rilevante dell’attività della LPO, che nel 2005 ha creato una propria etichetta discografica e reso disponibili le proprie incisioni anche in rete (www.lpo.org.uk).
Ugualmente importanti le trasmissioni radiofoniche e televisive e le attività didattiche, oltreché la partecipazione a produzioni cinematografiche inglesi e americane, come la trilogia del Signore degli anelli.

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Bologna Festival 2011 – 30 anni di musica sotto le due torri

La trentesima edizione di Bologna Festival, confermando la vocazione sinfonica che caratterizza la programmazione del festival sin dagli esordi, amplia la presenza dei complessi sinfonici di rilievo internazionale.
A partire dal 15 marzo saranno cinque le orchestre ospiti con i loro direttori nell’ambito della rassegna “Grandi Interpreti”: London Philharmonic Orchestra, Orchestra Del XVIII Secolo, Swedish Radio Symphony Orchestra, Radio-Sinfonie-Orchester Frankfurt, Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo.
Sul podio Vladimir Jurowski (15 marzo), Frans Brüggen (11 aprile), Daniel Harding (3 maggio), Paavo Järvi (6 giugno), Yuri Temirkanov (10 settembre).
Orchestre rinomate, storiche e celebri direttori di lunga carriera o della nuova generazione si susseguono nella serie dei nove concerti della rassegna Grandi Interpreti con i pianisti András Schiff (22 marzo), Paul Lewis (5 aprile), Arcadi Volodos (17 maggio) e la violinista Janine Jansen (6 giugno).
Il duo Isabelle Faust/Alexander Melnikov – insieme ad interpreti emergenti dell’odierna scena europea – lega la propria presenza al progetto “Debussy-Boulez”, sezione contemporanea della rassegna autunnale Il Nuovo l’Antico.

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15 marzo, 2011 Posted by | Agenda Eventi, Concerti, Festival, Musica, Musica classica, musica sinfonica | , , , , , , | Lascia un commento

Taccuino personale di Francesco Canessa:L’ORGOGLIO DEI PANNI STESI

L’ORGOGLIO DEI PANNI STESI di Francesco Canessa
da “La Repubblica” – Napoli  del 7/12/2010

 

Via della Spiga a Milano si vestirà a festa per somigliare nei giorni del Natale a un vicolo di Napoli, no festoni qualunque, ma composizioni luminose d’autore che rifanno i panni stesi da un balcone all’altro, disegni multicolori e luccicanti di camice e lenzuola, magliette e calzini. E’ una via che fa da lato maggiore al rettangolo del grande shopping, in parallelo con la via Montenapoleone e tra le due si snodano le vie Borgospesso, Santo Spirito, Gesù. Il massimo del massimo della sciccheria lombarda. Qualcuno ha storto il muso, qui da noi, qualche altro s’è percosso il petto, piagnucolando sull’ingiustizia del mondo ribaldo che di Napoli vede ed amplifica solo i segni negativi. Codesti napoletani afflitti da complesso di inferiorità, cui ha dato anche voce un foglio cittadino, sarebbero oggi risanati se negli anni passati avessero fatto un viaggetto a Salisburgo in occasione di una qualsiasi puntata del Festival di Pentecoste dedicato alla Musica di Scuola Napoletana, che Riccardo Muti ha progettato e dirige da quattro anni. Lì a trasformarsi in un vicolo di Napoli è stata fin dal 2007 Haffnergasse, una delle stradine più caratteristiche del borgo antico ed anche la più elegante per le botteghe griffate che vi si affacciano. Panni stesi da un lato all’altro, rifatti dagli scenografi del Festival: una crinolina settecentesca accanto a un jeans, una palandrana scura e scialli variopinti e persino la maglia azzurra con il 10 di Maradona. Un patchwork allusivo al tempo che scorre e alla tradizione che resta, col tema arcaico di “Jesce sole!” diffuso dagli altoparlanti.  Nel sole che  la dugentesca sequenza musicale  invoca non c’è soltanto la speranza di un popolo – spiegava una nota esposta all’inizio della strada – ma la chiarezza della sua filosofia, la luce che sta negli occhi dei Pastori da Presepe del Sammartino o del Gori, nelle gouaches o nelle pitture della Scuola di Posillipo  o nella combinazione armonica della <settima napoletana> che tutti i grandi compositori hanno adoperato e adoperano,  oppure nel meccanismo dell’Opera buffa, punto di riferimento di tutte le scuole locali europee. Quei napoletani afflitti avrebbero trovato l’antidoto nell’entusiasmo dei visitatori d’ogni paese – Salisburgo è un terminale del turismo culturale internazionale – che fuori degli orari di opera e concerto affollavano Haffnergasse, fotografavano, ripiegavano i depliants e spendevano felici nei negozi, ciascuno dei quali, intorno al mezzogiorno faceva sfilare le proprie modelle sul red carpet piazzato al centro del vicolo. Molti, troppi napoletani non sanno quanto la città oggi precipitata anche per colpa loro all’ultimo posto nella classifica di vivibilità, sia ancora considerata sponda ideale da culture diverse o lontane: durante il Festival di quest’anno il cinema principale di Salisburgo proiettava “Napoli è una canzone” un <muto> del 1927 protagonista la diva del tempo Leda Gys girato sulle pendici del Vesuvio, con la vecchia funicolare ancora operante, e intorno a una Capri semplice e verde. Film anche drammaturgicamente coinvolgente, scelto dal filmologo viennese Wilbirg Brainin-Donnenberg e per l’occasione arricchito dalla musica elettronica composta ed eseguita dal vivo dal trio del Klangforum Wien un tedesco, un austriaco e una messicana. Questo avveniva intorno alla Haus fur Mozart e alla Felsenreitschule ove Muti alternava la direzione della Betulia Liberata del salisburghese Mozart a quella dell’aversano Jommelli, e alla Sala Grande del Mozarteum, ove Fabio Biondi e i suoi strumentisti di Europa Galante eseguivano un oratorio di Adolph Hasse, il <sassone-napoletano>. Così come negli appuntamenti precedenti della Pentecoste salisburghese, chi scrive questa nota e i pochi concittadini arrivati ai piedi della rocca del principe-arivescovo Coloredo, provarono passeggiando sotto i panni stesi di Haffner gasse un sentimento inconsueto e piacevolissimo: l’orgoglio d’essere napoletani.

Francesco Canessa

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13 dicembre, 2010 Posted by | Arte, Austria, Direttori d'orchestra, Francesco Canessa, Giornalisti, Letteratura, Musica, Musica Lirica, Opera, Riccardo Muti, Salisburgo, Salzburger Festspiele | , , , , , , , | Lascia un commento

Malika Ayane in concerto al Teatro Carlo Gesualdo

Il 16 dicembre la tappa irpina del “Grovigli Tour”

Un concerto evento imperdibile. Forte del successo ottenuto al Festival di Sanremo 2010, Malika Ayane approda al Teatro Carlo Gesualdo.

Il prossimo 16 dicembre l’attesa tappa irpina del suo lungo viaggio musicale, il

“Grovigli Tour 2010”

Nata da madre italiana e padre marocchino, l’artista a 11 anni entra nel coro di voci bianche del Teatro della Scala, oggi a soli 26 anni ha già un curriculum di tutto rispetto alle spalle. Aperta la vendita dei biglietti ai botteghini di piazza Castello, per assicurarsi un posto in platea per lo speciale evento musicale. La Ayane parte a novembre per una tournée invernale che la vedrà protagonista di una serie di concerti in giro per l’Italia, toccando città come Trento, Torino, Genova, Milano, Aosta, Ascoli Piceno, Roma, Parma, Napoli, Avellino, Bologna, Pisa e Firenze.
Ad accompagnare sul palco la cantante ci saranno Giulia Monti al violoncello, Stefano Brandoni alla chitarra, Marco Mariniello al basso, Carlo Gaudiello alle tastiere, Phil Mer alla batteria, Chris Costa e Marco Guerzoni ai cori.
Uno spettacolo sorprendente e affascinante in cui alternerà i nuovi brani a successi come ‘Ricomincio da qui’, ‘La prima cosa bella’, ‘Sospesa’, ‘Controvento’ e ‘Come foglie’. I suoi concerti sono l’incontro del jazz e del pop definito “più nobile”, così da creare un’atmosfera che durante lo show coinvolge tutto il pubblico.
Paolo Conte ha descritto la sua voce come «un arancione scuro che sa di spezia amara e rara». Malika, una delle interpreti più originali e raffinate che il panorama italiano ha saputo offrire negli ultimi anni, sarà con il suo secondo album «Grovigli», ospite giovedì 16 dicembre al Massimo Irpino.
Protagonista sul palco del comunale la sua eleganza interpretativa in equilibrio fra il fascino vintage e la solarità di chi, forte di un’identità artistica spiccatamente personale, si muove sul pentagramma con passo sicuro ma aggraziato creando alchimia.
“Grovigli”, l’ultimo disco della cantante milanese, è per metà in italiano e per metà in inglese.
Nota a tutti come una delle scoperte del Festival di Sanremo e per il sottofondo dello spot della Barilla, musicalmente muove i suoi primi passi e cresce a Milano. Studia al Conservatorio e canta nel coro di Voci bianche del teatro La Scala. La svolta della sua carriera avviene dall’incontro con Caterina Caselli, grazie alla quale firma il contratto con la casa discografica Sugar e pubblica il suo primo singolo Soul waver (versione italiana scritta da Pacifico intitolata Sospesa), e successivamente l’album che porta il suo nome, da cui sarà estratto l’altro singolo Feeling Better. Trampolino di lancio per farsi conoscere dal grande pubblico, come già detto, sarà la partecipazione all’edizione di Sanremo 2009, nella categoria Proposte con il brano Come Foglie accompagnata da Gino Paoli che le fa da padrino: è subito un successo. Torna anche l’anno successivo sul palco dell’Ariston, questa volta nella categoria Artisti e si fa largo tra i big con il brano Ricomincio da qui che vince il premio della critica, intitolato a Mia Martini, diventando una delle canzoni più trasmesse dalle radio e, dopo tanti mesi, rimasta al Top di iTunes. Contemporaneamente al Festival esce il disco Grovigli, contenente la cover di La prima cosa bella di Nicola Di Bari, e da Aprile Malika Ayane gira l’Italia con il suo tour riscotendo ovunque successo e il tutto esaurito.

 

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6 novembre, 2010 Posted by | Agenda Eventi, Art, Arte, Avellino, Campania, Cantanti, Canto, Concerti, Festival, Italia, Malika Ayane, Musica, Regioni, Sanremo, Teatri, Teatro Ariston, Teatro Carlo Gesualdo | | Lascia un commento

Taccuino personale di Francesco Canessa: MOZART ARRIVA COI BAMBINI

MOZART ARRIVA COI BAMBINI

L’autostrada viene giù dal Brennero e s’infila nella Valle dell’Inn, il fiume che scorre tra Germania e Austria, a sinistra le Alpi Bavaresi, a destra l’altra faccia delle Dolomiti, di un verde intenso e rassicurante, quanto rocciosa ed aspra è la nostra. I boschi secolari scendono da una parte e dall’altra, castelli e campanili fanno capolino, ogni tanto, dando coerenza al paesaggio del Tirolo, fermo nel tempo. Fin quando, passato Kufstein e avvicinandosi Erl, non appare una strana costruzione di cemento bianco a forma di vela, che sembra gonfiata tra gli alberi e si proietta verso la riva del fiume, tra una legnaia e un pascolo di mucche.

E’ un luogo di musica, vi si tiene d’estate un Festival ed accostandosi ci si domanda dove trovi il suo pubblico, visto che il centro abitato più vicino, che è appunto Erl, è fatto d’una chiesa, quattro case e una pompa di benzina. Ma quando c’è concerto o spettacolo, la risposta viene dalle colonne d’auto e pullman, in ordinatissimo avvicinamento da Innsbruck, da Kufstein, da Rosenheim, da Monaco,da Salisburgo. Il parcheggio obbligato – non c’è deroga manco per gli addetti ai lavori – è piuttosto lontano e se piove, il che accade assai spesso, è possibile ritirare al volo un ombrello in prestito da hostess bionde e sorridenti.

Il Festival si chiama Tirolerfestspiele e la vela nel bosco è il suo festspielehaus. La sala in declivio, d’aspetto spartano ma funzionale, è vastissima, sui suoi sedili si accomodano quasi duemila spettatori. Niente sipario, lo spazio scenico è a vista, la ribalta arriva a mezzo metro dalla prima fila, ed è quella su cui si fa spettacolo, l’orchestra è più indietro, distribuita su una tribuna che parte dall’alto e fa da fondale a quel che succede davanti, appena sfumata dietro un velatino trasparente di cangiante colore. In una tale situazione, la forma rappresentativa dovrebbe essere il demi-stage, ma il “demi” s’è subito consumato in favore d’un teatro tutto intero, cui lo scambio di posizioni nulla toglie alle sue capacità narrative, diventa anzi singolare ed efficace con gli attori-cantanti che recitano quasi tra le braccia del pubblico.

Il Tirolerfestspiele l’ha inventato dodici anni fa Gustav Kuhn (nella foto), che pur essendo salisburghese ha casa da quelle parti e vi si prodiga nel doppio ruolo di direttore d’orchestra e di regista. E che ha raccolto un successo crescente, tanto che si parla – fatto salvo Salisburgo – del Festival numero uno in terra d’Austria. Wagner per il teatro, Bruckner per il concerto e Richard Strauss a far da contorno per l’uno e per l’altro, sono gli autori prediletti che danno carattere e continuità ai programmi. Soltanto quest’anno è arrivato Mozart, tenuto in disparte anche per rispetto della casa madre Salisburgo, che è lì a due passi e che Wolfango se lo cucina a colazione, pranzo e cena.

Ma l’attesa è ripagata: l’opera è Il Flauto Magico, posta al centro di una operazione che disegna un modello di civiltà musicale talmente distante dalle nostre miserie, da destare meraviglia, oltre che ammirazione. I bambini delle scuole di prima fascia dell’intero Land del Tirolo hanno partecipato a un concorso che chiedeva di disegnare i personaggi del Flauto Magico così come essi li immaginavano. Ne sono arrivati a centinaia, tra Papagheni, Regine della notte, Sarastri e tutti gli altri e sono esposti in mostra lungo le pareti della sala. Scelti e accorpati i migliori e più coerenti, regista e costumista hanno realizzato lo spettacolo così come suggeriva la fantasia degli scolari. Una cinquantina dei quali –vincitori e non vincitori – sono stati chiamati a parteciparvi: infilati nelle loro tutine nere facevano da “servi di scena” portando ciascuno un pezzo di un gioco di costruzioni, una specie di “lego” in formato gigante, con cui costruivano quadro dopo quadro gli elementi delle scene.

E prendevano parte anche all’azione: buttati in terra l’uno sull’altro mimavano il drago che spaventa Tamino, più avanti gli animali della foresta richiamati dalla musica del flauto e prendevano in giro Monostato, danzando con lui al suono del glockenspiel. E ancora circondavano Tamino con le torce accese o con le brocche d’acqua per accompagnarlo nelle fatidiche prove. Fino a partecipare, anche se muovendo soltanto le labbra, al coro finale di letizia, seduti con le gambe penzoloni alla ribalta, dinanzi al pubblico.

Spettacolo tenero, coinvolgente con Kuhn regista degno dell’alloro per l’idea e per la sua realizzazione. Ed anche per la bacchetta, con cui riaffermava l’antica specializzazione mozartiana, riposta ma non deposta dinanzi agli ormai prediletti clangori wagneriani e postwagneriani. Tra i cantanti spiccava una Regina della Notte assolutamente strepitosa, il cui nome so scrivere, ma solo copiandolo con attenzione: Cigdem Soyarslan.

Francesco Canessa

Vedi quest’articolo anche su: http://lirica-parma.blogautore.repubblica.it/2010/08/04/al-tirolerfestspiele-mozart-arriva-coi-bambini/

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21 agosto, 2010 Posted by | Art, Arte, Austria, Cantanti, Canto, Cultura, Direttori d'orchestra, Francesco Canessa, Giornalisti, Gustav Kuhn, Music, Musica, Salisburgo, Tirolerfestspiele | , , | Lascia un commento

IntrafesTeatro 2010 dal 15 al 30 giugno al “Teatro Spazio Libero” di Napoli

Napoli – IntrafesTeatro 2010

Per una svolta elettrica – Accensione del futuro via internet

15-30 giugno 2010

Da sempre, nei momenti di grande crisi economica per la cultura, per il teatro scatta il momento della fede e il momento della ragione per dimostrare come poter vivere in un mondo imperfetto.
Come giustamente ricordava Peter Brook giorni fa, anche Sheakespeare ha attraversato momenti difficili, è stato più volte costretto a porre rimedio a situazioni di assenza di fondi. Ma questo certamente non frenò la sua opera immortale, non compromise l’autenticità e l’onestà del suo operare.
È giusto quindi che proprio a Napoli, città del teatro, mentre va inaugurandosi la grande kermesse del Teatro Festival Italia, venga varato, dal cuore dell’underground cittadino, dallo storico Teatro Spazio Libero, un festival parallelo del teatro nuovissimo, per una svolta dai tempi elettrici, per diffondersi voluttuosamente in rete.
Un atto di fede e di ragione necessaria, puntualizzando un viaggio nella possibile resurrezione di un teatro europeo, perché tutti vogliono – o sembrano – dimenticare che una cultura comune ha già unito i cuori di molte persone.
E allora è giusto puntare su un teatro più vero del vero, che lo si accetti oppure no, è ancora uno dei pilastri della grande cultura.
Perché nasce libero, perché non ha bisogno di fondi, perché comunica attraverso scoperte ed esperienze uniche, dirette, la carne e la p arola dell’altro a pochi passi da te.
Per questi motivi assoluti ed esclusivi, da sempre, il teatro si è diffuso ed è sopravvissuto aggredendo e assorbendo i nuovi linguaggi, confluendo in tutte le arti con il coraggio di rinnovare temi e forme di espressioni e comunicazione, frantumando ogni frontiera.
Per questo motivo, il mistero del teatro, il mestiere dell’attore sono espressione d’energia viva tra i giovani, Shakespeare è rock, il futuro è la resurrezione elettrica.La I Edizione di IntrafesTeatro non nasce sotto una stella favorevole. Organizzare un festival senza fondi e in un momento di grande crisi economica per la cultura non è impresa facile.
Ma Vittorio Lucariello, regista napoletano d’esperienza, dallo storico Teatro Spazio Libero di Napoli, ha voluto varare, dal cuore dell’underground cittadino, un festival parallelo del teatro nuovissimo, per una svolta dai tempi elettrici, da diffondere voluttuosamente in rete.
Puntare su un teatro più vero del vero, inteso come un fiume in cui confluiscono tutte le arti, e organizzare un viaggio verso una cultura comune, condivisa.
Grazie alla collaborazione di Francesco Bove e di Vittorio Adinolfi, Lucariello, con grande coraggio, mentre va svolgendosi il Teatro Festival Italia, punta sull’autenticità dell’Arte e sul mistero del teatro.

Cinque spettacoli in cui teatro e poesia sono legati a doppio filo tra cui una novità assoluta e un evento unico per il Sud Italia. Si comincia con La tua immagine per sempre, in scena dal 15 al 17 giugno, progetto in progress di Vittorio Adinolfi, produzione dello Spazio Libero Teatro.
La storia parla di un amore semplice tra Marcello, giovane laureando in lettere, e un’attrice, donna d’altri tempi, che genererà nel ragazzo una sorta d’ansia che lo accompagnerà giorno dopo giorno.
L’amore viene visto come un gioco adolescenziale, un sentimento che comporta inevitabilmente un dolore e una perdita.

PROGRAMMA

15 – 16 – 17 giugno
Spazio Libero presenta:
“La tua immagine per sempre”
Regia Vittorio Adinolfi

20 giugno
Imprenditori di Sogni in
Piéce teatrale
A seguire aperitivo artistico a cura di Ilaria Vitolo
Con presentazione della mostra scultorea di Paolo Incarnato e d’illustrazione di Flavia De Palma

21 – 22 – 23 giugno

Spazio Libero presenta:
“Alice nel paese dell’energia”
Regia Vittorio Lucariello
A seguire:
il 21 performance live di paso doble a cura di Dario Oviedo Sannino
il 22 esibizione musicale del gruppo QAIS
il 23 letture di Claudio Buono, con Miriam Martine e Yuri Napoli

24 giugno
Imprenditori di Sogni in
Piéce teatrale
A seguire aperitivo artistico a cura di Ilaria Vitolo
Con presentazione del libro di Christian di Masi “Amando e Lottando”

25 giugno
Luigi Romolo Carrino in:
“Scrittura italiana vivente”
con Ettore Petraroli

27 giugno
Associazione Culturale Nuovevoci presenta:
Francesco Bove in:
“Quella volta fermi immobili fianco a fianco al sole”
tratto da “Quella volta” di Samuel Beckett

30 giugno
Ginnungagap Teatro
Paolo Spaziani in:
”El Ultimo Hombre”

Direzione artistica : Vittorio Lucariello con la collaborazione di Vittorio Adinolfi e Francesco Bove.

Tutti gli spettacoli si terranno al Teatro Spazio Libero in Via del Parco Margherita, 28 – Napoli.

Per info e prenotazioni : 081402712
http://www.spazioliberoteatro.it/

19 giugno, 2010 Posted by | Agenda Eventi, Art, Arte, Associazioni culturali, Attori e attrici, Campania, Claudia Natale, Concerti, Cultura, Festival, Imprenditori di sogni, Italia, Musica, Napoli, Regioni, Registi, Roberta Astuti, Teatri, Teatro, Teatro Spazio Libero, Vittorio Lucariello | Lascia un commento

Taccuino personale di Francesco Canessa:BETULIA LIBERATA CON MUTI A SALISBURGO

Con Muti a Salisburgo
LA BETULIA LIBERATA  2 VOLTE

“Betulia liberata” non sta fra le eccellenze di Mozart, che la compose a 15 anni su commissione d’un nobile italiano, il Principe Giuseppe d’Aragona, incontrato a Padova durante il primo suo viaggio in Italia. E il fatto che fosse denominata <azione sacra> non era fin oggi bastato a darle veste teatrale manco a Salisburgo, che nel <tutto Mozart> della stagione celebrativa del 2006 l’aveva eseguita in forma di oratorio, secondo tradizione. Era del resto questa la destinazione del testo  metastasiano datato 1734 e come tale messo e rimesso in musica più volte, prima che l’avesse tra le mani Wolfango. Tra i predecessori, c’è l’aversano Niccolò Jommelli, apparso agli occhi del ragazzo circonfuso di gloria quando l’aveva conosciuto a Napoli, al San Carlo mentre provava una sua nuova opera, “Armida abbandonata”. Di qui l’idea del Festival di Pentecoste di Salisburgo giunto al penultimo appuntamento del progetto quinquennale dedicato alla Scuola Musicale di Napoli e affidato a Riccardo Muti, di mettere l’uno accanto all’altro i due lavori, il primo finalmente in forma scenica, il secondo in quella originaria dell’oratorio.  Le cronache che accompagnano la storia della musica ci raccontano d’una antica iniziativa parigina egualmente modellata, con Gluck e Piccinni messi a confronto su una Iphigénie en Tauride data da musicare a entrambi. Il napoletano perse nettamente, ma la contesa si trasformò in querelle politica tra la borghesia intellettuale che stava con Gluck e l’aristocrazia conservatrice, solidale con la regina Maria Antonietta, che tifava per Piccinni. Nulla di tutto ciò a Salisburgo, ove onesta intenzione era quella di esplorare sul campo il grado di influenza della Scuola napoletana nella formazione del giovane Mozart, riconosciuta in dottrina dalla maggioranza degli studiosi. Esito felice, con pubblico egualmente plaudente all’una e all’altra Betulia e puntuale standing ovation  per Riccardo Muti, che il progetto ha realizzato con intensa passione, ma in perfetto equilibrio con il severo rispetto dello stile che, specie nel repertorio classico, gli è congeniale. Esito altresì interessante, per la conferma di un legame di continuità che anche l’orecchio di ascoltatore non dotto, ma soltanto attento, percepisce con naturalezza. Se Mozart raccoglie una qualche eredità, certamente l’esalta rinnovandola sino a trasformarla in puro classicismo, anche attraverso l’abbandono delle persistenti scorie del barocco. Ma non ancora lo fa nell’adolescenziale tentativo della Betulia, che incredibilmente appare meno classica e più barocca di quella del compositore aversano, che pure è nata circa 30 anni prima. Jommelli era nella piena maturità e ricco di esperienze europee, tra cui quella lunghissima alla corte dei Wurttemberg a Stoccarda, ove aveva guidato una orchestra di qualità storica al pari di quella di Mannheim. E se ne avverte il segno nella sua Betulia, ricca nella parte orchestrale, dall’ouverture alle introduzioni delle arie, quanto non lo è la sorella mozartiana, che insiste sui lunghi recitativi e sulle arie tripartite di antico modello. Ne consegue che in quest’ultimo caso gli interpreti vocali abbiano avuto maggior risalto, con prevalenza femminile imposta da Maria Grazia Schiavo, vocalista e interprete di gran classe, e dalla giovanissima Alisa Komosova, Giuditta. Un aiuto cospicuo a superare la lentezza narrativa si deve alla regia di Marco Gardini.   In Jommelli spicca il contraltista Terry Wey che ha voce morbida ed espressiva, qualità difficilmente reperibili tra i molti giovanotti che hanno riportato in voga questa corda. Molto bene l’Orchestra Cherubini, in continua crescita qualitativa, che come il coro viennese di Walter Zeh passa con disinvoltura da una Betulia all’altra.

Francesco Canessa

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28 maggio, 2010 Posted by | Agenda Eventi, Arte, Cantanti, Canto, Cultura, Direttori d'orchestra, Festival, Francesco Canessa, Giornalisti, Musica, Riccardo Muti, Salzburger Festspiele | , , , , , , , | Lascia un commento

La finale del Festival di Saint-Vincent approda a Capri

Dalle Alpi alla Grotta azzurra, il Festival di Saint-Vincent approda per il secondo anno sulla celeberrima isola di Capri.

Qui il 13 e 14 maggio 2010 si terrà la finale nazionale della kermesse canora dedicata ai nuovi talenti, poi i vincitori andranno alla finalissima presso il Palais di Saint-Vincent che si effettuerà il 5 e 6 giugno 2010.

A condurre la complessa organizzazione è sempre il Prof. Salvatore Caiazzo, direttore del liceo musicale G. Paisiello di Pomigliano d’Arco, ed a rendere ancora più ricca la già bella sala dell’ Auditorium del palazzo dei congressi di Capri, sarà l’allestimento scenografico-floreale ideato dal noto fiorista Luca Antignani di Pomigliano d’Arco.

La ripresa televisiva sarà curata dall’emittente “Capri Event” e le foto da Vincenzo Caiazzo.

Quest’anno il prof. Caiazzo è riuscito ad avere come presidente di giuria un’artista che viene da una famiglia di musicisti appartenenti sia al mondo classico che leggero.

Quest’artista ha recentemente inciso come violoncellista e cantante un cd di canzoni folk, da lei stessa rivisitate, dal titolo “Nefeli” che sta riscuotendo notevoli consensi; lei è Susanna Canessa.

Il festival ricorderà anche Alessandra Cora, caprese di origine ed appassionatissima di canto, perita sotto le macerie del terremoto dell’Aquila.

La due giorni è un vero e proprio evento artistico che può essere considerato un appuntamento annuale sull’isola, meta del jet-set internazionale.

13 maggio, 2010 Posted by | Agenda Eventi, Arte, Campania, Cantanti, Canto, Capri, Festival, Italia, Musica, Napoli, Regioni, Susanna Canessa, Violoncellisti | , | 3 commenti

Taccuino personale di Francesco Canessa:IL REGISTA SCOPRI’ CHE GIUDA ERA GAY

Passione secondo Matteo a Salisburgo

E il regista scoprì che Giuda era gay

Mentre tra i cultori di musica lirica si continua a discutere sulla validità delle regie che rileggono in chiave di attualità i capolavori del passato, i top-men del <Teatro di regia> non solo vanno avanti, ma riescono addirittura a sconfinare dai palcoscenici d’opera alle pedane da concerto. Uno dei più celebrati  tra costoro, l’americano Peter Sellars, (nella foto)  segnalatosi per aver attualizzato la Trilogia Mozart-Da Ponte  ambientando il Così fan tutte in un bordello di provincia, il don Giovanni tra i derelitti dei Bronx e Le Nozze di Figaro tra i clienti di un albergo di lusso a Manhattan, ha ora messo il suo genio di teatrante a servizio della Passione secondo Matteo, la più pregnante ed intensa, ma anche la più compostamente luterana, tra le composizioni sacre di Johann Sebastian Bach. Scritta per la Chiesa di San Tommaso a Lipsia, vi fu eseguita una sola volta, il venerdì santo del 1729 per rimanere sepolta negli archivi cent’anni esatti fin quando il ventenne Felix Mendelssohn non la riscoprì e la diresse, in uno storico concerto a Berlino nel 1829. A Sellars il compito di costruire una nuova prima volta  – infondo tra oratorio sacro e sacra rappresentazione il passo non è lungo – per una esecuzione già in partenza diversa da quelle correnti, al Festival di Pasqua di Salisburgo. Questa era infatti affidata ai Berliner Philharmonicher, l’orchestra dal suono più ricco, brillante e quindi moderno che ci sia in Europa, del tutto opposto alle sonorità che caratterizzano i gruppi specializzati nel barocco, cui la odierna pratica esecutiva affida di solito i capolavori bachiani   L’oratorio prevede doppia orchestra e doppio coro, un terzo gruppo di voci bianche, una schiera di solisti di canto e molteplici strumentisti impegnati sia nel “basso continuo” che in determinanti “solo”, due organi, un clavicembalo, viola da gamba, oboe d’amore, flauto, violino. Date le circostanze, la classica posizione fissa da concerto già subisce deroghe nelle occasioni normali, qui è del tutto rifiutata e sconvolta dal regista, che definisce il suo lavoro una semplice <ritualizzazione> della forma concertistica, non impone né scene, né costumi né riferimenti naturalistici, ma un anonimo camicione scuro a tutti, direttore, strumentisti, coristi, cantanti. E riempie l’enorme pedana della Grossefestspielehaus di piani rialzati, in prospettiva sfalsata e in forma di parallelepipedi che lasciano al centro uno spiazzo ove resterà l’Evangelista a raccontare, rivivere la tragedia che si compie girando e rigirando intorno a un simulacro di altare, su cui finirà disteso quale vittima sacrificale. Sui parallelepipedi salgono le due orchestre di dove si staccheranno e scenderanno  i solisti per accompagnare le arie alla ribalta e si sistemano i cori ben distinti e lontani, ma pronti a cambiar di posto, a mescolarsi, e cantare a memoria – visto che la <ritualizzazione> permette soltanto agli strumentisti di tenersi davanti la musica da leggere  – i 15 stupendi corali che sono la punta di diamante dei 78 pezzi ( più di tre ore di musica) di cui si compone la partitura. Altrove è situato il gruppo del Basso continuo, che include  liuto e tiorba affidati agli italiani Ivano Zanenghi ed Evangelina Mascardi e uno soltanto dei personaggi, piazzato in cima ad un cubo più alto di tutti, e qui resterà sino alla fine. E’ Gesù. Gli altri vanno e vengono tra i sentieri tracciati dalle pedane, oppure scompaiono, Maria di Magdala, la Figlia di Sion, Pietro, Giuda, Caifa, mentre Pilato non sta manco in palcoscenico, ma tra gli spettatori, accomodato in un palchetto, di dove canta quando gli tocca. Al centro della scena  c’è soltanto l’Evangelista, che la drammaturgia inventata da Sellars trasforma nel protagonista assoluto della Passione. Con i lunghi recitativi narra punto per punto gli eventi, L’Ultima Cena, Getsemani, la cattura e tutto il resto, immedesimandosi nella figura di Cristo sino a sostituirsi a lui nella finzione teatrale ed offrire il proprio corpo all’unzione della Maria di Magdala, al bacio di Giuda che – c’era da scommetterlo! – è un lungo bacio gay, alla flagellazione, al supplizio, mentre il Gesù bachiano canta la sua parte da puro spirito, lassù sul cubo, evidentemente assiso alla destra del Padre, che però non si vede. Non so se l’azione scenica abbia giovato alla miglior comprensione degli eventi, alla maggior efficacia emotiva dell’oratorio, se insomma la partecipazione di Sellars sia stata o meno utile alla causa della musica. Perché questa è stata talmente straordinaria da annullarne la presenza, a parte l’odioso ricordo del bacio-gay. Il direttore Simon Rattle  è riuscito infatti a trarre dai suoi Berliner un suono assai morbido e pertinente, anche con alcune soluzioni d’alta professionalità, come quella di raddoppiare il previsto oboe d’amore e il conseguente apporto del suo colore barocco in entrambe le orchestre. Ha poi tenuto costante l’intensità espressiva alla luce d’una musicalità d’eccellenza, e viva la concentrazione di tutti, anche nei momenti di maggior confusione imposti dall’azione teatrale. Dagli straordinari Berliner assemblati nelle due orchestre o distaccati come solisti, ai cantanti, tra cui le bravissime Magdalena Kozena e Camilla Tilling, l’Evangelista Mark Padmore, vero maratoneta del recitativo e il sempre stupefacente Thomas Quasthoff. E al magnifico Coro della Radio Berlinese, il più tartassato  dal regista. Al quale, al pari di moltissimi spettatori, chi scrive ha rivolto alla fine convinti e calorosissimi buuh!

Francesco Canessa

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17 aprile, 2010 Posted by | Agenda Eventi, Austria, Compositori, Festival, Francesco Canessa, Giornalisti, Musica, Registi, Salisburgo, Salzburger Festspiele | , , , , , , , , , | Lascia un commento

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