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Al Gesualdo di scena la Locandiera di Pietro Auletta

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Giovedì  5 e venerdì 6 marzo ore  21,00

Teatro “Carlo Gesualdo” Avellino

La Locandiera

opera buffa in due atti di Pietro Auletta

cooproduzione con il Conservatorio di Musica “D. Cimarosa” di Avellino

con
Stefano Di Fraia (Monsù Picone)
Irene Tortora (Giacinta)
Gianni Lamagna (Don Cola Petecchia)
Lello Giulivo (Pomponio)
Valeria Baiano (Clarice)
Rosario Totaro (Frasia).

Scenografia
Bruno Garofalo
Costumi
Mariagrazia Nicotra
Movimenti mimici
Enzo Castaldo
Regia
Bruno Garofalo

Orchestra del Conservatorio di Musica “D. Cimarosa” di Avellino

Direttore
Carmelo Columbro

L’opera, realizzata nel 1738 per festeggiare le nozze del re Carlo con la principessa Maria Amalia di Sassonia, fu l’unica opera comica mai rappresentata al San Carlo.  Oggi il lavoro, in prima rappresentazione moderna, ritorna alle scene dopo oltre duecentocinquanta anni di oblìo grazie alla revisione curata dallo stesso Columbro e ripropone all’attenzione generale lo splendore della Scuola musicale napoletana del Settecento.
Il lavoro di Auletta si presenta piuttosto breve, diviso in due parti, con sei personaggi più due mimi (attori muti) che interpretano la parte dei servitori; una struttura questa che sembra poggiare le sue basi sulla versione di un Intermezzo (due parti, due personaggi e un mimo)  più allargato.
L’opera tutta fa largo conto della ricchezza lessicale del  testo  che, non a caso, porta la firma di Gennarantonio Federico, noto autore di opere buffe e dello straordinario intermezzo pergolesiano “La Serva Padrona”.
Divisa in due parti, essa presenta, oltre ai recitativi, 13 pezzi vocali, con una ripartizione  non pienamente proporzionale. La prima parte assicura un’imponente presenza dei recitativi, soprattutto nel corso delle  scene iniziali (I-VI), affidando poi un’aria a ciascun personaggio, per finire l’atto con un Quartetto finale. La seconda raffina ulteriormente i contenuti tematici e musicali confermando la splendida fattura dell’opera e la sua straordinaria godibilità anche per i giorni nostri.

La Trama

Prima parte

Monsù Picone, dando libero sfogo al suo perfetto francese ( lui è vissuto a Parigi e…“la lingua gli va là”), corteggia Giacinta, che nient’affatto lusingata, esorta Monsù a darsi pace (“d’amor meco Monsù non ne parli mai più”) e gli ricorda che ora è a Livorno ed è bene parlare italiano.
Intanto, Don Cola, l’innamorato di Giacinta, e Don Pomponio, il vecchio livornese presso il quale è cresciuta Giacinta, ascoltano in disparte la discussione mentre arriva Clarice, la locandiera, innamorata di Monsù Picone, il quale nel frattempo è svenuto a causa del rifiuto della giovane Giacinta. Da un lato Don Pomponio accusa, dunque, Monsù di fare il cascamorto con la sua figliola, dall’altro Don Cola annuncia di saper “sostenere il punto co’ armi bianche e negre, e, quann’occorre, puro con un cannone”.
Clarice scopre, dunque, che i suoi sospetti nei confronti dell’amato Monsù erano fondati, mentre Don Pomponio rassicura Giacinta che né Monsù Picone, né “quell’altro napoletano, quel signor Cola” avranno più la possibilità di darle fastidio e che lo sposo per lei ce l’ha già pronto: è proprio lui, Don Pomponio, che è per lei “cotto e biscotto”, che ha perduto per lei “sonno e appetito”, che per lei “già è impazzito”; e non fa niente che è già ammogliato, perchè Frasia “è una vecchia decrepita, ha poi cento e cento infermità, fra l’altre un’asma che la suffogherà”: appena ella crepa, Don Pomponio la sposerà.
Frasia, intanto, ha udito tutto e tra i due seguirà un alternarsi divertentissimo di “complimenti”.
Giacinta rincuora Frasia distrutta dalle maldicenze uscite dalla boccaccia del marito, ed insieme cercano di pianificare una strategia che consenta a Giacinta di sposare il suo amato Cola. Mentre Frasia rassicura Don Cola che Giacinta spasima per lui e che lei stessa li avrebbe aiutati a sposarsi a patto che lui la porti con sé a Napoli, giunge Clarice, la quale, seppur tradita, continua a palpitare per Monsù.
Don Cola, invece, è “un toro stizzato” e promette vendetta: Monsù e Don Cola si affrontano con la spada e tutto quel baccano richiama l’attenzione di Frasia e di Don Pomponio, il quale nella foga generale casca a terra facendo per un attimo sperare Frasia che …si sia potuto magari rompere un osso.

Seconda parte

Visto che a nulla valgono le insistenze di Frasia per convincere il marito di acconsentire alle nozze tra Giacinta e Don Cola, Clarice, Giacinta e Don Cola si incontrano per vedere come affrettare le nozze: Clarice con uno stratagemma li aiuterà!
Monsù, sorpreso nel vedere Clarice e Giacinta, le due rivali, insieme, fiuta subito aria di imbroglio: ma Clarice gli confessa di non spasimare più per lui, di averlo perdonato e di essere ben lieta di cederlo a Giacinta, la quale nuovamente, senza indugi, gli conferma che mai lo ha amato e mai lo amerà. Monsù, capisce subito di trovarsi in un “brutto caso, se l’una e l’altra ha già perduto”.
Così Monsù decide di sfidare nuovamente Don Cola, ma questi con uno stratagemma fugge dentro casa di Don Pomponio mentre sopraggiungono Frasia e Giacinta che raccontano al vecchio delle nuove “zuffe” avvenute tra i due.
Nel frattempo sopraggiunge un uomo che cerca Don Pomponio de’ Dolciari: gli si presenta come Gianni, il fratello del vecchio compare Pier Andrea Sibaldi, ritenuto morto per mano dei Turchi, ma, in effetti, altri non è che Clarice travestita.
Presentata, dunque, a Gianni sua moglie Frasia e Giacinta, tutto l’interesse va alla giovine che Gianni non vedeva da quando era bambina: a lui Giacinta racconta, tra l’altro, della richiesta di Don Cola, del quale lei è innamorata, non accettata da Don Pomponio, il quale, ovviamente smarrito, più di una volta si chiede da dove fosse arrivato codesto Gianni! A questo punto Gianni, ribadendo che la scelta spetta tutta a Giacinta ed a nessun altro, svela la sua vera identità ed il motivo del travestimento.
E scordandosi di “ogni passata noia”, Clarice perdona Monsù e Frasia il suo “tristaccio” Don Pomponio.

Pietro Auletta
Nato a Sant’Angelo a Scala (AV) nel 1698, si trasferì a Napoli per studiare al Conservatorio di S. Onofrio con i maestri N.Grillo, A. Amendola e N. Porpora. Nominato nel 1724 maestro di cappella e responsabile musicale della chiesa di S. Maria La Nova a Napoli, la sua prima opera teatrale sarà Il trionfo dell’Amore, seguita da La Carlotta in dialetto napoletano (Napoli, Teatro dei Fiorentini – primavera del 1726) e dall’Ezio del Metastasio (Roma, Teatro Aliberti – dicembre del 1728). Nel 1 738, insieme al librettista Gennarantonio Federico, riceverà la commessa per la composizione dell’opera La locandiera che andrà in scena nel luglio dello stesso anno al Real Teatro di San Carlo in Napoli, seguita nel 1739 da Don Chichibio (Teatro Nuovo), e dall’Amor costante ( Teatro dei Fiorentini), e nel 1740, su libretto di C. Fabozzi, da L’impostore (Teatro dei Fiorentini). Successivamente Auletta comincerà ad allarga la propria fama in Italia (Teatro Regio di Torino, Teatro Valle di Roma) ed all’estero (Teatro di Corte di Monaco, Parigi, Teatro di corte di Pietroburgo). Conclusa la sua produzione operistica nel 1759, in occasione della messa in scena della Didone del Metastasio al Teatro della Pergola di Firenze, Auletta morirà a Napoli nel settembre del 1771 e della sua famiglia numerosa si ricorda in particolare il figlio Domenico, organista e compositore di musica sacra. La maggior parte della sua vasta produzione musicale è conservata nelle biblioteche dei Conservatori di Napoli e di Firenze, a Londra ed a Mùnster, presso l’archivio dell’abate Santini che aveva ricopiato molta musica di Auletta nell’ambito dei suoi studi sulla produzione musicale del ‘700 napoletano.

Scarica il libretto:
locandiera_libretto-1_tempo
locandiera-libretto-2 tempo

3 marzo, 2009 Posted by | Agenda Eventi, Arte, Avellino, Campania, Canto, Concerti, Conservatori di Musica, Conservatorio "D. Cimarosa", Direttori d'orchestra, Italia, Musica, Regioni, Teatri, Teatro Carlo Gesualdo | Lascia un commento

   

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